La Corte Suprema degli Stati Uniti non ha vietato l’aborto. Ha detto che abortire non è un diritto costituzionale. Cerchiamo di essere obiettivi. Se avesse sancito che abortire è un diritto costituzionale, avrebbe aperto la strada a tutti coloro che, dopo essersi messi  nei guai, per blandire le loro coscienze pretendono che sia considerato un loro diritto “costituzionale” uscirne con qualunque mezzo.

È normale e comprensibile che chi si trova nei guai desideri uscirne, ma la liceità del mezzo va giudicata caso per caso. Lo so che, quando il mezzo è subliminarmente percepito come moralmente illecito, il semplice giudizio di “non punibilità” non soddisfa e si vorrebbe avere il conforto del giudizio sociale che “il fatto  non costituisce reato”, ma alla manipolazione della realtà c’è pur sempre un limite. L’aborto costituisce la soppressione di una vita, e il fatto che questa vita dipenda dal supporto indispensabile della madre non può configurare il diritto della madre di sopprimerla, a meno di non voler estendere questo diritto anche ai primi mesi o anni di vita extrauterina, durante i quali quella vita comunque non può procedere da sola. E non si può nemmeno far dipendere quel diritto dal fatto che quella vita si sviluppi dentro o fuori dal corpo materno, a meno di non voler estendere quel diritto fino all’ultimo minuto di vita intrauterina. E ancora sarebbe del tutto arbitrario fissare il limite temporale di quel diritto, come viene spudoratamente fatto, a un determinato momento della gestazione, prima no e dopo sì.

Ripeto, è normale e comprensibile che coloro che si trovano nei guai cerchino non solo di uscirne con qualunque mezzo, ma anche di blandire poi la propria coscienza negando che un dato mezzo vada contro quella stessa coscienza. La società però non può mascherare la realtà oggettiva per far loro piacere. Tutto quello che la società può e deve fare è giudicare caso per caso la punibilità o non punibilità di chi è ricorso a soluzioni che hanno in qualunque modo e qualsiasi misura leso i diritti altrui, compreso il diritto alla vita di un embrione. Risolvere il problema morale di chi sceglie di abortire col negare che l’embrione abbia vita e abbia diritto a continuare quella vita non è solo dialetticamente scorretto, ma è anche patetico. La realtà è che siamo continuamente messi di fronte alla necessità di operare delle scelte, e a volte quelle scelte implicano la violazione di principi che avevamo considerato inviolabili. È dal confronto delle nostre motivazioni, quelle che abbiamo giudicato valide e sufficienti, con il giudizio che ne danno gli altri membri della società che nasce la morale pratica e si ha la maturazione nostra e della società. Tutto il resto sono parole al vento, velleitarismo, giustizialismo, giustificazionismo  e negazionismo infantili.   

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