Piccolo episodio illuminante della sensibilità, del senso civico, e del senso logico di gente che in altri (e migliori) tempi avrebbe avuto il permesso di parlare solo alle vacche. Sono in strada con i miei nipotini e do loro del riso da dare ai piccioni. Passa una donna, si ferma e, col fare della cittadina evoluta, mi apostrofa: “Non dia da mangiare ai piccioni, per favore”. Il “per favore” ha il tono di chi crede, con quella formuletta, di ottenere ciò che vuole. Poi spiega: “I piccioni si posano sui davanzali e mi hanno anche fatto i loro bisogni in testa”. In quella, si affaccia ad una finestra un uomo che mi informa che è vietato dare da mangiare ai piccioni e minaccia di chiamare i vigili. La donna rincalza affermando che i piccioni portano le malattie. I miei nipotini, spaventati, stanno per mettersi a piangere. Io faccio osservare che i piccioni sono dappertutto in città, e che non sopravvivono grazie al riso che gli possiamo dare io o i miei nipotini. L’uomo, con l’intelligenza di un ripetente di prima elementare, sbotta: “Appunto, vivono ugualmente, e allora non c’è bisogno che gli date il riso”. Gli faccio osservare che, se per sua stessa ammissione, vivono anche senza che gli diamo noi un po’ di riso, allora non siamo noi a causare il problema. Ma non capisce. Forse gli servono lezioni private. La donna però non ha finito. Generosamente concede: “Se proprio vuol dare da mangiare ai piccioni, vada da un’altra parte!”. Ma bene, cittadina esemplare! “Not in my backyard...”. Afferma che dare da mangiare ai piccioni è un crimine gravissimo per la salute degli umani, però possiamo andare col suo permesso a compiere quel crimine da un’altra parte, basta che non sia dove c’è lei. Io so, o credo di sapere, che una vasta maggioranza di italiani odia i piccioni perché sporcano e ne ha anche paura perché è convinta che diffonda un’enorme quantità di malattie letali, e quindi quella vasta maggioranza darà ragione ai due soggetti. Non pretendo quindi che siano in molti a capirmi se dico che certe osservazioni non si fanno quando ci sono dei bambini che potrebbero esserne spaventati, come effettivamente è successo; che i piccioni non sopravvivono e si moltiplicano solo perché qualcuno gli dà un pugnetto di riso; e che le persone non possono atteggiarsi a cittadini modello, autorizzati a redarguire il prossimo, quando poi si scopre che tutto quello che a loro importa è il proprio interesse, e che di quello che càpita agli altri a loro non importa nulla. Individui come questi sono di suprema inutilità.
Dunque, le cose andranno forse così così per la nostra “democrazia”, ma in fondo siamo liberi di parlare, scrivere, dire le nostre opinioni. È un bel passo avanti rispetto al periodo 1922-1943, quando imperava il “pensiero unico”. O no? Allora, come stavano le cose in quel periodo non lo posso dire per esperienza diretta: sono vecchio, ma non abbastanza. Se credo di saperlo è perché qualcuno che c’era me l’ha raccontato. Ma a raccontarmelo non sono stati politici, ideologici, o intellettuali da biblioteca. E nemmeno sono stati i nostalgici, o gli ex- o neo-partigiani. Sono state persone del popolo, gente a cui delle lotte per il potere era interessato poco in quel periodo e interessava poco anche dopo, gente abituata a osservare quelle lotte con l’occhio disincantato e distaccato di chi sa di non poter partecipare, e di avere altro da fare. A loro, non dava fastidio più di tanto passare il sabato in divisa a inneggiare a un fantoccio, anche perché non c’era nessun week-end a cui ...
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