Sono stato giovane durante la “prima repubblica”, quando quasi tutti i politici avevano dai sessant’anni in su. Essendo giovane, ero pienamente d’accordo con chi considerava l’età avanzata dei politici un handicap per la nazione e auspicava un ringiovanimento della politica.
Adesso che quell’obiettivo è stato raggiunto e che la maggior parte dei politici ha lasciato da poco l’asilo d’infanzia, io mi trovo anziano a rammaricarmi che le cose siano andate proprio come avevo voluto quand’ero giovane. Il fatto è che un politico non può essere solo un sognatore, ma deve anche essere la memoria storica del popolo che lo ha eletto.
Non è tanto una lunga esperienza di politica che conta. Ripetere per trent’anni gli stessi errori non aiuta certo ad evitarli, se mai anzi rinsalda le cattive abitudini. Però, una lunga esperienza di vita aiuta invece a non innamorarsi con troppo entusiasmo di idee e programmi a prima vista seducenti. E poi, progettare il futuro conoscendo solo il presente è come tracciare una retta partendo da un unico punto. È inevitabile ubriacarsi di arbitrarietà e andare fuori strada. Passare dal presente partendo dal passato indica invece una direzione precisa, segnata dai fallimenti e dai successi che si sono già incontrati e che si è imparato a conoscere. Se questo può sembrare vuota teoria, i disastri delle ultime legislature sono lì a dimostrare che la realtà l’ha purtroppo ampiamente concretizzata.
Proprio i post e i commenti che si trovano nei social sono la testimonianza di quanto sia necessario conoscere le condizioni di vita delle due o tre generazioni precedenti per poter mettere nella prospettiva corretta e valutare in modo obiettivo le richieste della generazione attuale, per distinguere i “bisogni primari” da quelli fasulli che sono stati creati artificialmente da una civiltà dei consumi che sta diventando sempre meno “civiltà” e sempre più serraglio delle scimmie, se non addirittura manicomio criminale.
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