Una cinquantina di anni fa ebbi occasione di sentire un colonnello americano appena tornato dal Vietnam affermare che non è importante capire quando si ha vinto, ma piuttosto capire quando si ha perso. E aggiungeva che si trattava di un concetto tramandato da sempre tra i militari, colpevolmente ignorato dai politici e dagli alti gradi compromessi con i politici. E vorrei precisare che la guerra non era ancora finita e che non stava chiacchierando in privato, ma parlando ad altri militari.
Quanto sta accadendo oggi dimostra che in questo mezzo secolo il potere politico americano (ma anche quello europeo) non è diventato affatto più intelligente. Probabilmente ciò dipende dal fatto che una guerra, anche se persa, rende sempre parecchio a coloro che non vi partecipano personalmente, per cui l’obiettivo di minimzzare le perdite, importante per chi rischia la sua vita e quella dei suoi uomini, non ha senso per loro. È così che si spiega l’incredibile accanimento con cui i Paesi della NATO si ostinano a soffiare sul fuoco del conflitto russo-ucraino nella granitica convinzione di una vittoria dell’Ucraina sul colosso russo. Finché a morire sono i militari e la povera gente, la guerra può andare avanti senza che ci si preoccupi delle perdite, e si possono anche infiammare gli animi di chi sta in poltrona davanti alla televisione sostenendo che per evitare lo spostamento di un confine si possono tollerare la perdita di innumerevoli vite umane e la semi-distruzione di un Paese. E poi ci sono anche quelli che, per strafare (forse perché avvertono sotto sotto l’esorbitanza del costo che vogliono far pagare), parlano di “difesa della democrazia” (quale?) e preconizzano che, se non verrà bloccato, il leader della Federazione Russa non si acconteterà di quanto ha detto di reclamare, ma si lancerà alla conquista dell’intera Europa o forse anche del mondo intero.
Dunque, le cose andranno forse così così per la nostra “democrazia”, ma in fondo siamo liberi di parlare, scrivere, dire le nostre opinioni. È un bel passo avanti rispetto al periodo 1922-1943, quando imperava il “pensiero unico”. O no? Allora, come stavano le cose in quel periodo non lo posso dire per esperienza diretta: sono vecchio, ma non abbastanza. Se credo di saperlo è perché qualcuno che c’era me l’ha raccontato. Ma a raccontarmelo non sono stati politici, ideologici, o intellettuali da biblioteca. E nemmeno sono stati i nostalgici, o gli ex- o neo-partigiani. Sono state persone del popolo, gente a cui delle lotte per il potere era interessato poco in quel periodo e interessava poco anche dopo, gente abituata a osservare quelle lotte con l’occhio disincantato e distaccato di chi sa di non poter partecipare, e di avere altro da fare. A loro, non dava fastidio più di tanto passare il sabato in divisa a inneggiare a un fantoccio, anche perché non c’era nessun week-end a cui ...
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