Una cinquantina di anni fa ebbi occasione di sentire un colonnello americano appena tornato dal Vietnam affermare che non è importante capire quando si ha vinto, ma piuttosto capire quando si ha perso. E aggiungeva che si trattava di un concetto tramandato da sempre tra i militari, colpevolmente ignorato dai politici e dagli alti gradi compromessi con i politici. E vorrei precisare che la guerra non era ancora finita e che non stava chiacchierando in privato, ma parlando ad altri militari.
Quanto sta accadendo oggi dimostra che in questo mezzo secolo il potere politico americano (ma anche quello europeo) non è diventato affatto più intelligente. Probabilmente ciò dipende dal fatto che una guerra, anche se persa, rende sempre parecchio a coloro che non vi partecipano personalmente, per cui l’obiettivo di minimzzare le perdite, importante per chi rischia la sua vita e quella dei suoi uomini, non ha senso per loro. È così che si spiega l’incredibile accanimento con cui i Paesi della NATO si ostinano a soffiare sul fuoco del conflitto russo-ucraino nella granitica convinzione di una vittoria dell’Ucraina sul colosso russo. Finché a morire sono i militari e la povera gente, la guerra può andare avanti senza che ci si preoccupi delle perdite, e si possono anche infiammare gli animi di chi sta in poltrona davanti alla televisione sostenendo che per evitare lo spostamento di un confine si possono tollerare la perdita di innumerevoli vite umane e la semi-distruzione di un Paese. E poi ci sono anche quelli che, per strafare (forse perché avvertono sotto sotto l’esorbitanza del costo che vogliono far pagare), parlano di “difesa della democrazia” (quale?) e preconizzano che, se non verrà bloccato, il leader della Federazione Russa non si acconteterà di quanto ha detto di reclamare, ma si lancerà alla conquista dell’intera Europa o forse anche del mondo intero.

Commenti

Post popolari in questo blog