Va bene. Lo ammetto. Sono classista. Lo sono perché reclamo
la superiorità di chi ha una tradizione famigliare e personale di cultura e di
servizio rispetto a chi non ha nulla di tutto questo. Sono per ciò esecrabile,
e chi mi accusa di classismo ha ragione. Quello che però mi indispone in sommo
grado è che a darmi del classista sono spesso individui arricchiti o figli di
arricchiti che, privi di alcuna tradizione famigliare e personale di cultura e
di servizio, sono a loro volta classisti, ritenendosi superiori per i soldi che
hanno e che gli permettono di possedere beni che valgono più di quanto valgono
loro. La democrazia è una gran bella cosa, ma quando permette la sostituzione
di una vecchia scala di valori con una nuova basata sul denaro non è più
democrazia, ma volgare inganno.
Dunque, le cose andranno forse così così per la nostra “democrazia”, ma in fondo siamo liberi di parlare, scrivere, dire le nostre opinioni. È un bel passo avanti rispetto al periodo 1922-1943, quando imperava il “pensiero unico”. O no? Allora, come stavano le cose in quel periodo non lo posso dire per esperienza diretta: sono vecchio, ma non abbastanza. Se credo di saperlo è perché qualcuno che c’era me l’ha raccontato. Ma a raccontarmelo non sono stati politici, ideologici, o intellettuali da biblioteca. E nemmeno sono stati i nostalgici, o gli ex- o neo-partigiani. Sono state persone del popolo, gente a cui delle lotte per il potere era interessato poco in quel periodo e interessava poco anche dopo, gente abituata a osservare quelle lotte con l’occhio disincantato e distaccato di chi sa di non poter partecipare, e di avere altro da fare. A loro, non dava fastidio più di tanto passare il sabato in divisa a inneggiare a un fantoccio, anche perché non c’era nessun week-end a cui ...
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