Huffpost ha pubblicato il 21 maggio 2022 un articolo dal titolo “Una modesta proposta: aboliamo la «scuola dell’obbligo»”. Più che modesta, questa proposta sembrerebbe provocatoria, ma leggendo l’articolo si può constatare che in realtà l’obbligo che viene proposto di abolire è quello di adattarsi a “programmi scolastici imposti” (quella che io chiamo “scolarizzazione per pacchetti”). L’autore infatti scrive: “Non sarebbe meglio una scuola non “dell’obbligo” ma “della libertà responsabile”? Un luogo dove, al netto di pochissimi insegnamenti obbligatori (imparare a leggere, scrivere, far di conto ed essere buoni cittadini) studenti e docenti siano liberi di studiare e insegnare quello che vogliono, a seconda di cosa li appassiona di più”. In realtà, da fondatore di una start-up (“Job Club”) per l’orientamento e l’accompagnamento nel mondo del lavoro, l’autore ha una visione un po’ troppo interessatamente euforica del rapporto fra “studiare quello che si vuole” e “trovare un lavoro”, ma gli si deve riconoscere che parla di libertà “responsabile” nella scelta degli insegnamenti da seguire. E “responsabile” vuol dire anche non aspettarsi di trovar posto come traduttore dal turco dopo aver studiato elettrotecnica o, viceversa, di trovar posto come elettrotecnico dopo aver studiato lingua e letteratura turca.

Su queste premesse si potrebbe però continuare facendo notare che non c’è solo la pressante necessità di eliminare i “pacchetti obbligatori”, vale a dire la divisione fra i vari licei e i vari istituti tecnici e professionali, per giungere ad una scuola superiore unica sul modello americano, una specie di “supermercato dell’istruzione” dai cui “scaffali” ogni studente è libero di mettere nel suo “carrello”, oltre a due o tre materie fondamentali uguali per tutti, le materie che più lo interessano. Ci sarebbe anche la necessità di rivedere la tendenza perniciosa a prolungare all’infinito l’obbligo scolastico. Nell’arco di circa un secolo, si è passati da cinque anni di scuola obbligatoria a otto, a dieci, e ora si sente addirittura parlare di tredici. Questa tendenza rivela smaccatamente una visione della scuola come area di parcheggio per una popolazione giovanile che la contraccezione non è stata in grado di contenere e il mondo del lavoro non è, e sarà sempre meno, in grado di assorbire. Purtroppo però per invertire questa tendenza sarebbe necessario un cambio netto e ormai impensabile nel nostro modello di sviluppo. Vorrebbe dire rinunciare a far lavorare le macchine al nostro posto, all’automazione, e all’informatizzazione. E vorrebbe dire anche rinunciare alla soddisfazione di sentirsi generosi “buana bianghi” col continuare ad accogliere centinaia di migliaia di immigrati.

È ovvio che, se si vuole conservare alla scuola il ruolo di area di parcheggio per giovani disoccupati, a chi decide di queste cose poco importa che si cerchi di rendere la scuola più efficiente nel trasmettere conoscenze e competenze o che venga lasciata com’è. Anzi, una scuola che prepari veramente al mondo del lavoro (che sia un lavoro intellettuale o manuale, non cambia niente) creerebbe ancora più scontenti, dato che non trovare lavoro e sapere di non esservi specificatamente preparati è un conto, non trovare lavoro e sapere di esservi specificatamente preparati è un conto ben diverso. È per questo che le prospettve di una vera riforma del nostro sistema scolastico sono praticamente nulle. Conviene a tutti che la scuola sia e rimanga un grande kindergarten, un social club aperto a tutti, qualunque sia il grado di intelligenza, capacità, volontà, impegno, interesse, etc. Tanto, la classe dirigente trova sempre il modo e i mezzi per assicurare alla sua prole i posti di comando, e anzi una scuola pubblica inefficiente elimina il rischio di una sgradevole concorrenza da parte delle classi subalterne. Insomma: la scuola deve essere democratica, se si vuole che la società non lo sia.

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