Da qualche tempo c'è anche chi si lamenta per il suono delle campane, ma non ha molto senso trattare il fastidio arrecato dal suono delle campane come un problema oggettivo. Se tale fosse, bisognerebbe affrontare e risolvere prima il fastidio arrecato dal rumore del traffico, dagli schiamazzi notturni, dalla musica ad alto volume prodotta da abitazioni private, bar, discoteche, spettacoli all’aperto, etc. Evitare di prendere residenza accanto a una chiesa è abbastanza facile. Evitare le altre fonti di inquinamento acustico lo è molto meno o addirittura impossibile. L’intervento dei pubblici amministratori deve quindi essere rivolto prioritariamente a eliminare le fonti sonore da cui il cittadino non può da solo porsi al riparo. Solo in un secondo tempo può eventualmente riguardare le fonti sonore dalle quali un cittadino, non gradendole, puo tenersi lontano con un minimo di previdenza e buon senso. D’altra parte il reclamo contro le campane delle chiese è solo un po’ meno illogico di quello presentato alcuni anni fa contro un Comune lariano a causa del rumore prodotto da una cascata naturale sempre esistita. In ogni caso, il problema delle campane è squisitamente soggettivo. Chi è cresciuto con un atteggiamento positivo o quanto meno neutrale nei confronti della religione cattolica troverà nel suono delle campane una compagnia gradita. Chi ha avuto problemi con la religione cattolica proverà ad ogni rintocco un forte fastidio. Ora, anche se con la Costituzione del 1946 l’Italia è diventata un Paese laico e anche se col passare degli anni la religiosità del popolo italiano è venuta dissolvendosi sensibilmente, la nostra cultura rimane legata alle tradizioni cattoliche, e voler imporre ad una maggioranza culturalmente anche se non religiosamente cattolica le proprie fisime anticlericali rivela un concetto della democrazia quanto meno curioso.
Dunque, le cose andranno forse così così per la nostra “democrazia”, ma in fondo siamo liberi di parlare, scrivere, dire le nostre opinioni. È un bel passo avanti rispetto al periodo 1922-1943, quando imperava il “pensiero unico”. O no? Allora, come stavano le cose in quel periodo non lo posso dire per esperienza diretta: sono vecchio, ma non abbastanza. Se credo di saperlo è perché qualcuno che c’era me l’ha raccontato. Ma a raccontarmelo non sono stati politici, ideologici, o intellettuali da biblioteca. E nemmeno sono stati i nostalgici, o gli ex- o neo-partigiani. Sono state persone del popolo, gente a cui delle lotte per il potere era interessato poco in quel periodo e interessava poco anche dopo, gente abituata a osservare quelle lotte con l’occhio disincantato e distaccato di chi sa di non poter partecipare, e di avere altro da fare. A loro, non dava fastidio più di tanto passare il sabato in divisa a inneggiare a un fantoccio, anche perché non c’era nessun week-end a cui ...
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