I ristoratori lamentano la crescita del prezzo dell’olio di girasole, dovuto, a quanto pare, al fatto che lo importiamo dall’Ucraina, dove è in atto la guerra con la Russia. Lo stesso càpita con il frumento. Abituati a vedere i soliti furbi che approfittano di ogni occasione per incrementare artficiosamente i loro profitti, possiamo legittimamente sospettare che anche in questo caso una parte di quegli aumenti sia opera loro. È però evidente che la spiegazione non può essere tutta lì. Sappiamo benissimo che siamo troppo dipendenti da altri Paesi per beni di prima necessità, oltre che per l’energia, e questo dovrebbe essere il momento per fare finalmente qualche riflessione sull’argomento.
Finché l’Ucraina rifornisce di olio di girasole e di frumento i Paesi del Maghreb o la Norvegia, nulla da obiettare, ma perché rifornisce anche noi? Non ne produciamo abbastanza? Evidentemente no, ma vogliamo allora chiedercene il perché?
Non sarà per caso la vecchia storia delle preziose braccia rubate all’agricoltura? Per quale motivo l’Ucraina ha ancora gente disposta a lavorare nei campi, e noi no? Forse perché noi non siamo contadini, ma santi, poeti e navigatori (in quest’ultimo caso, di Internet)... In effetti, la nostra “meglio gioventù” ha di meglio da fare che coltivare girasoli, frumento, e insalata: è occupatissima a fare l’analista finanziario, il broker immobiliare, l’influencer, il designer di scarpe, poltrone o tazzine da caffè, il rapper, il sommelier, il ristoratore da Guida Michelin, il regista televisivo, il sarto d’alta moda, la segretaria di redazione, l’informatico, l’organizzatrice di eventi, o l’amministratore delegato. Se è una posizione poco utile o addirittura inutile, è ambita, e chi non riesce ad assicurarsela rimane in attesa con le mani in mano nella speranza che prima o poi si liberi un posto. In fondo, se uno ha studiato, mica può andare a seminare girasoli e frumento! Ormai, lo studio non è per una crescita culturale o per la preparazione a un lavoro di cui si è certi che ci sia bisogno. Lo studio è diventato un diritto che va consumato come le tapas all’happy hour. E quando alla fine della consumazione si ottiene il pezzo di carta, si diventa generali di un esercito in cui i soldati sono quasi tutti mercenari stranieri.
Un Paese che per sopravvivere si limita a trasformare le materie prime importate dall’estero potrà anche illudersi di avere i più grandi cervelli del mondo, ma rimarrà inevitabilmente schiavo dei mercati internazionali. Certo, non possiamo produrre in Italia tutte le materie prime, ma possiamo sempre modellare i nostri consumi in base alle nostre disponibilità. Non dico di rinunciare a mangiare banane perché sulle Alpi non ne crescono, ma ci sono tantissimi consumi che, per tipologia o quantità, potrebbero essere eliminati o ridotti senza problemi (se non per l’ego di qualcuno), e addirittura con beneficio per la nostra salute. Se il contenimento di alcuni consumi farebbe perdere il lavoro a molti Italiani, evidentemente quegli Italiani stavano facendo un lavoro utile forse per loro, ma tossico per l’economia del Paese. D’altra parte, un ripensamento e una ridistribuzione del lavoro sono necessari comunque, considerato che abbiamo una disoccupazione che già adesso non è tollerabile. L’obiettivo deve essere “lavorare meno, lavorare tutti”, a patto naturalmente che il “lavorare meno” non si accompagni a “guadagnare come prima” o, peggio, all’irresponsabile “guadagnare di più” di certi sindacati e partiti a caccia di facili e stupidi consensi. Teniamo presente che l’insoddisfazione per il non poter fare o avere qualcosa nasce dal fatto che intorno a noi ci sono quelli che quel qualcosa fanno o hanno, magari anche non per particolari meriti ma solo per disonestà o fortuna. Se a stringere la cinghia, o quanto meno a limitarci a consumi responsabili, siamo tutti, le cose cambiano. Lo so che queste considerazioni ricordano a qualcuno l’autarchia del “Ventennio” e a qualcun altro lo spettro del Comunismo, ma se per stare a metà strada dobbiamo fare harakiri, vuol dire che mentalmente siamo veramente conciati male.
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