È da quando esiste l’Unione Europea che siamo tormentati dal mantra “Ce lo chiede l’Europa”, ripetuto ogni volta che c’è da giustificare qualche corbelleria. Se ci caschiamo a rispettare norme e regole che quasi nessun altro rispetta in Europa, è per un provincialismo che, nato forse come fisiologica reazione allo sciovinismo e alle guasconerie di epoca mussoliniana, avrebbe dovuto esaurirsi già parecchio tempo fa. Il guaio è che questo provincialismo non solo si sta perpetuando, ma si è anche tramutato in un senso di inferiorità nei confronti proprio di quei popoli e di quelle culture che meno di tante altre possono vantare una qualsiasi “superiorità”. Mi riferisco in particolare al Nord Europa e alla sua filiazione transoceanica. Ignorata o addirittura snobbata fra Ottocento e Novecento, quando avrebbe invece meritato più attenzione e rispetto, la cultura nord-europea si è svalutata negli ultimi quaranta-cinquant’anni, parallelamente alla crescita della sua presunzione. È da li che ci proviene il supino ossequio al “politicamente corretto” e al pensiero unico, e l’arrogante “righteousness” di matrice protestante che, vestita oggi di abiti laici o addirittura anticlericali, è sempre pronta a puntare il dito contro la “barbarie” delle nostre tradizioni. Tutto sommato, potremmo anche vedere nella situazione attuale una sorta di nemesi storica, considerato che per secoli siamo stati noi a considerare “barbari” i popoli nord-europei, ma non è con onanismi mentali che possiamo risolvere una questione che sta rivelandosi un gravissimo handicap per il nostro progresso sociale, civile e politico. Abbiamo scimmiottato per troppo tempo le fallimentari soluzioni nord-europee ai problemi sociali ed economici dell’era post-industriale, ritenendole il frutto di una “sapienza superiore”. Sarebbe ora di accantonare l’ipse dixit e di smetterla di tradurlo in inglese, olandese, svedese, etc.
Dunque, le cose andranno forse così così per la nostra “democrazia”, ma in fondo siamo liberi di parlare, scrivere, dire le nostre opinioni. È un bel passo avanti rispetto al periodo 1922-1943, quando imperava il “pensiero unico”. O no? Allora, come stavano le cose in quel periodo non lo posso dire per esperienza diretta: sono vecchio, ma non abbastanza. Se credo di saperlo è perché qualcuno che c’era me l’ha raccontato. Ma a raccontarmelo non sono stati politici, ideologici, o intellettuali da biblioteca. E nemmeno sono stati i nostalgici, o gli ex- o neo-partigiani. Sono state persone del popolo, gente a cui delle lotte per il potere era interessato poco in quel periodo e interessava poco anche dopo, gente abituata a osservare quelle lotte con l’occhio disincantato e distaccato di chi sa di non poter partecipare, e di avere altro da fare. A loro, non dava fastidio più di tanto passare il sabato in divisa a inneggiare a un fantoccio, anche perché non c’era nessun week-end a cui ...
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