È da quando esiste l’Unione Europea che siamo tormentati dal mantra “Ce lo chiede l’Europa”, ripetuto ogni volta che c’è da giustificare qualche corbelleria. Se ci caschiamo a rispettare norme e regole che quasi nessun altro rispetta in Europa, è per un provincialismo che, nato forse come fisiologica reazione allo sciovinismo e alle guasconerie di epoca mussoliniana, avrebbe dovuto esaurirsi già parecchio tempo fa. Il guaio è che questo provincialismo non solo si sta perpetuando, ma si è anche tramutato in un senso di inferiorità nei confronti proprio di quei popoli e di quelle culture che meno di tante altre possono vantare una qualsiasi “superiorità”. Mi riferisco in particolare al Nord Europa e alla sua filiazione transoceanica. Ignorata o addirittura snobbata fra Ottocento e Novecento, quando avrebbe invece meritato più attenzione e rispetto, la cultura nord-europea si è svalutata negli ultimi quaranta-cinquant’anni, parallelamente alla crescita della sua presunzione. È da li che ci proviene il supino ossequio al “politicamente corretto” e al pensiero unico, e l’arrogante “righteousness” di matrice protestante che, vestita oggi di abiti laici o addirittura anticlericali, è sempre pronta a puntare il dito contro la “barbarie” delle nostre tradizioni. Tutto sommato, potremmo anche vedere nella situazione attuale una sorta di nemesi storica, considerato che per secoli siamo stati noi a considerare “barbari” i popoli nord-europei, ma non è con onanismi mentali che possiamo risolvere una questione che sta rivelandosi un gravissimo handicap per il nostro progresso sociale, civile e politico. Abbiamo scimmiottato per troppo tempo le fallimentari soluzioni nord-europee ai problemi sociali ed economici dell’era post-industriale, ritenendole il frutto di una “sapienza superiore”. Sarebbe ora di accantonare l’ipse dixit e di smetterla di tradurlo in inglese, olandese, svedese, etc.

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