Adesso
è il turno dei Promessi Sposi di finire nel tritacarte della “cancelculture”. Tale
Galimberti Umberto sostiene che “ Io ho chiamato nichilisti attivi quei ragazzi, che sono
splendidi, perché lo toccano tutti i giorni e fanno fatica a smentirlo, però si
danno da fare, anche perché il futuro è biologicamente loro, il futuro gli
compete per biologia. A me non compete il futuro, a loro sì. Ecco, allora ci
devono credere, con la forza della biologia. Però un conto è la verità, un conto è la salute”.
“Biologicamente loro”? Ma cosa c’entra la biologia? Ma sai
almeno cos’è la biologia? E poi la “salute”! Qui la salute c’entra proprio al
contrario. E no, Galimberti Umberto, non ci siamo. L'illusione principale è che
il futuro sia nelle nostre mani. Se non vuoi chiamarla "Provvidenza",
chiamalo "Destino", "Casualità", "Pincopallino" o
quello che ti piace di più, ma illudere le gente, partendo dai giovani, che il
destino è qualcosa che può essere cambiato "basta-volerlo" vuol dire
creare una popolazione di gente che farà qualsiasi cosa (magari appunto anche
credere a Padre Pio, e fin qui chi se ne frega, ma poi anche violare leggi e
regolamenti) per riuscirci: gente che se poi non ci riesce piange, si dispera,
si nutre di ansiolitici e antidepressivi, e magari si suicida. Il messaggio
sbagliato dei Promessi Sposi è che "poi le cose si sistemano", ma
questo è anche il messaggio di tutte le favole dove il principe e la sua bella "vissero
per sempre felici e contenti". Tutt'al più allora, se non fosse per la
lingua un po' ostica e arcaica, i Promessi Sposi non andrebbero fatti leggere
al liceo, ma alle medie se non alle elementari. D'altra parte però al liceo
possono offrire lo spunto per riflessioni utili o addirittura indispensabili
sull'evoluzione della lingua italiana, e soprattutto del pensiero religioso e
sui meccanismi psicologici che inducevano una volta la gente ad affidarsi alla
"Provvidenza" e oggi ai furbetti che, per farsi un nome e una
clientela, scrivono libri e organizzano corsi sulla "crescita
personale", su come diventare padroni del proprio destino, e boiate simili.
Dunque, le cose andranno forse così così per la nostra “democrazia”, ma in fondo siamo liberi di parlare, scrivere, dire le nostre opinioni. È un bel passo avanti rispetto al periodo 1922-1943, quando imperava il “pensiero unico”. O no? Allora, come stavano le cose in quel periodo non lo posso dire per esperienza diretta: sono vecchio, ma non abbastanza. Se credo di saperlo è perché qualcuno che c’era me l’ha raccontato. Ma a raccontarmelo non sono stati politici, ideologici, o intellettuali da biblioteca. E nemmeno sono stati i nostalgici, o gli ex- o neo-partigiani. Sono state persone del popolo, gente a cui delle lotte per il potere era interessato poco in quel periodo e interessava poco anche dopo, gente abituata a osservare quelle lotte con l’occhio disincantato e distaccato di chi sa di non poter partecipare, e di avere altro da fare. A loro, non dava fastidio più di tanto passare il sabato in divisa a inneggiare a un fantoccio, anche perché non c’era nessun week-end a cui ...
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