A proposito delle taumaturgiche “cure domiciliari” che, secondo alcuni, avrebbero salvato decine di migliaia di vite umane durante la pandemia da COVID-19, riporto quello che ho scritto ad una perona che era stata “curata” con Zitromax, vitamina C ed aspirina. “L’azitromicina ("Zitromax") è un antibiotico specifico solo per alcuni batteri e assolutamente inutile contro i virus. A volte quando si ha un sospetto che certi sintomi siano il segno di un’nfezione batterica ma non si ha la possibilità di verificare di quale battere si tratti, se si teme che il paziente non sia in grado di difendersi da solo, si somministra un antibiotico "a largo spettro" (un "prendi-tutto" insomma). Un antibiotico a spettro limitato andrebbe usato solo se si sa con certezza quale sia il battere in causa. Ciò nonostante, effettivamente, è prassi normale, per non scontentare i pazienti, prescrivere loro un antibiotico e, dato che uno a largo spettro può distruggere inutilmente la flora batterica "buona", spesso si prescrive un antibiotico a spettro limitato, come appunto l’azitromicina. Discorso simile per la vitamina C: i pazienti sono stati ormai convinti dai media che sia utile o addirittura necessaria. Dato che non fa male, la si prescrive anche se non serve a niente nelle malattie infettive. L’aspirina unisce discrete qualità come farmaco contro la febbre e come farmaco antinfiammatorio e antidolorifico. Prescriverla dà buoni risultati nel dare un po’di sollievo al paziente. Nessuno di questi farmaci però fa il solletico ai virus. Se si guarisce è perché le proprie difese immunitarie sono riuscite a eliminarlo. Il guaio è che i medici sono obbligati a "fare qualcosa", e quel qualcosa, innocuo se il paziente non è defedato, può rivelarsi letale quando il paziente era in cattive condizioni già per altri motivi. In sostanza, nella maggior parte delle malattie infettive, si guarisce "nonostante" le cure, non grazie a loro, ma la gente non vuole capirlo e qualche volta paga a caro prezzo questa dipendenza dalla medicina”.
A questo punto, visto che l’equivoco sulle “cure” domiciliari persiste, torno sull’argomento. “Cura” è una cosa, “terapia” è una cosa nettamente diversa. Per capirlo basta sostituire “terapia” a “cura” della frase “prendersi cura del paziente”. “Prendersi terapia del paziente” non funziona. In questi ultimi tre anni, molti medici furbastri si sono fatti un seguito (e qualcuno un reddito) con le “cure domiciliari” intese come spedizione via mail o whatsapp di ricette per cervellotici cocktails di farmaci. Questi medici non sono solo da radiare, ma anche da chiudere in galera, buttando poi la chiave. “Curare” un paziente con una malattia respiratoria vuol dire verificare de visu come sta, guardarlo in faccia, osservargli gli occhi, guardarlo in gola, tastargli e ascoltargli il torace, palpargli l’addome, guardargli e palpargli le gambe. Anche se si sospetta una malattia infettiva pericolosa? Certo! Anzi, soprattutto in quel caso. Se un paziente altrimenti stato sempre in ottima salute lamenta un po’ di tosse  e mal di gola in un inverno “normale”, un medico può anche essere giustificato a prescrivergli “probabilisticamente” un antinfiammatorio per telefono, riservandosi di andarlo a visitare solo se la situazione si prolunga e si aggrava, ma quando è in corso una pandemia ufficialmente riconosciuta come pericolosa per la vita, non si può non andare a visitare il paziente. Si ha paura per la propria vita? Troppo tardi, signori. Bisognava pensarci prima, quando si è liberamente scelto di fare il medico, una professione che consiste nel curare i malati, non i sani. Io sono stanco di leggere nei social o nelle lettere ai giornali le lodi più sperticate di questo o quel medico, e poi sentire le pazienti del mio studio ginecologico che dicono di non riuscire a trovare il loro medico di base e, nei primi due anni della pandemia, erano arrivate addirittura a prenotare una visita ginecologica per farsi fare una visita generale sapendo che è la mia prassi. Ecco, quello che mi infastidisce nella “narrazione ufficiale” non è solo la montagna di bugie raccontate sul virus e sul modo di fermare la pandemia, ma sono anche le smargiassate sull’efficienza, l’umanità e lo sprezzo del pericolo degli operatori sanitari cui il Paese deve (figuriamoci!) “eterna gratitudine”. Poi naturalmente la ciliegina sulla torta me la mettono quelli “dell’altra parte”, che si sono innamorati/e alla follia dei medici delle “cure domiciliari” la cui faccia hanno visto solo su Internet. Ma basta!

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