Non sono affatto favorevole alla scuola come parcheggio per una forza lavoro senza sbocchi lavorativi, per cui ritengo l’abbandono scolastico un fenomeno fisiologico se non terapeutico (anche se terapeutico non potrà essere finché questa Repubblica fondata sul lavoro non provvederà ad una distribuzione del lavoro che assicuri qualcosa da fare a tutti i cittadini abili). Fatta questa premessa però, obiettivamente, una parte di quell’abbandono, e soprattutto una parte enorme dello scarso livello raggiunto da coloro che rimangono nella scuola fino al termine del corso di studi, si spiega con una pessima organizzazione del nostro sistema scolastico che in ogni caso deve assolutamente essere corretta.

Il difetto di fondo, che condiziona tutto il resto del sistema, è nell’ordinamento della scuola secondaria superiore, che rimane costituito “per pacchetti”. I “pacchetti” esistevano fino al 1962 anche nella scuola media inferiore, suddivisa fino al 1940 in Ginnasio, Istituto Tecnico Inferiore, Istituto Magistrale Inferiore, e Scuola Complementare; e poi dal 1940 al 1962 in Scuola Media Inferiore e varie Scuole di Avviamento (Commerciale, Industriale, etc.). Con la legge 1859 del 31 dicembre 1962 venne istituita la Scuola Media Unificata, eliminando i “pacchetti”, ma sostituendoli con un “pacchetto unico” all’insegna del solito “o mangi questa minestra o salti dalla finestra”. Non era concepibile che i ragazzi fossero obbligati a decidere del loro futuro così presto, a undici anni: giustissimo, ma la soluzione non era che a decidere del loro futuro, o a far loro perdere tempo, fossero il Parlamento e il Ministero della Pubblica Istruzione. Si sarebbe potuto creare una scuola media unica con alcune materie obbligatorie per tutti e alcune materie a scelta. Soprattutto però lo stesso criterio sarebbe stato necessario, e lo è tuttora, per la successiva scuola media superiore. Qui veramente i “pacchetti” sono il tossico che avvelena tutto il sistema. Pretendere di incasellare in poco più di una dozzina di “pacchetti” gli oltre due milioni e mezzo di studenti è follia da trattamento sanitario obbligatorio, e ciò nonostante si continua imperterriti a far studiare particolari cocktails di materie che qualche “esperto” del Ministero ha ritenuto ottimali, necessari e immodificabili. Poi, dato che ormai non è più concepibile nemmeno che i ragazzi siano obbligati a decidere del loro futuro a quattordici anni, dopo averli obbligati a farlo, si “rimedia” dando loro la possibilità di cambiare tutto di colpo a diciannove anni, aprendo tutte le facoltà universitarie a tutti i diplomati di scuola media superiore, qualunque percorso di studi abbiano fatto. Ma, per Diana, non è più logico e lineare eliminare tutti questi cervellotici “pacchetti” e istituire una scuola media superiore unica caratterizzata da alcune (poche) materie obbligatorie per tutti e da un’ampia gamma di materie da cui ogni studente possa scegliere quelle da studiare in base ai propri progetti ed alle proprie inclinazioni e capacità? Non è solo per etimologia che “studiare” vuol dire “amare”, e non si possono studiare/amare materie che non interessano, che non risvegliano una spontanea curiosità, e che sono a di sopra delle proprie capacità. Di conseguenza, obbligare a studiare, accanto alle materie di cui si è curiosi, anche materie per le quali non si ha alcun interesse, e subordinare la “promozione” ad una classe con nuove materie alla “sufficienza” anche nella materia che non interessa porta inevitabilmente all’alternativa fra l’impedire tale “promozione” di chi non è sufficiente in quella materia, obbligandolo a ristudiare anche le materie in cui era sufficiente, e il regalare quella “promozione” chiudendo un occhio su quell’insufficienza. Nel primo caso si ferma, rischiando di demotivarlo definitivamente, qualcuno che magari avrebbe dato un buon contributo alla collettività nell’àmbito di suo interesse, e nel secondo caso si manda avanti, illudendolo di essere in gamba e certificando con un falso in atto pubblico una sufficienza inesistente, qualcuno che magari andrà a incrementare inutilmente il numero degli iscritti all’università, quando non addirittura quello dei laureati per errore. 

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