Anche se non ho votato per la compagine della Meloni, non mi è dispiaciuto il risultato delle elezioni perché ho sperato che potesse portare una ventata di novità. Questi primi giorni però mi hanno deluso. È stato nominato ministro della salute un cattedratico di radiodiagnostica che non solo ha per ciò stesso una visione molto ristretta della sanità (cosa che lo rende meno adatto di qualcuno completamente estraneo al settore), ma era anche balzato all’onore delle cronache durante la recente pandemia per dichiarazioni un po’ troppo entusiastiche sull’obbligo di green-pass richiesto agli studenti per poter presenziare alle lezioni universitarie. Quand’anche dovesse fare ammenda, cosa possibile ma non probabile, resterebbe il dubbio sulle sue capacità di giudizio critico di fronte ad un’emergenza sanitaria. Come se non bastasse, è stato nominato ministro della giustizia un ex-magistrato di cui circola ancora la presa di posizione pubblicata sul Messaggero dell’8 Gennaio 2022 in cui spiegava che “il governo avrebbe dovuto imitare il roccioso comandante americano [quello dello sbarco in Normandia] e ammonire così i dieci milioni di italiani non ancora vaccinati: «Tra voi la distinzione è semplice: quelli che sono contagiati e quelli che si contageranno. Quindi vaccinatevi con le buone, o lo faremo con le cattive»”. E qui, stesso discorso. È possibile, anche se non probabile, che il “roccioso” magistrato faccia ammenda, ma non sarebbe abbastanza. Certe prese di posizione non sono concesse, neppure se dovessero poi essere rinnegate, a un ministro della giustizia di un governo a cui gli Italiani hanno datto il mandato di “cambiare”. Ma ancora più gravi sono le dichiarazioni di un Primo Ministro che, dopo aver perso tempo ad assegnare alla propria nomina un valore di riscatto femminile (più o meno come se un Primo Ministro con l’abito talare avesse parlato del riscatto del clero), è tornata a ribadire la “continuità” del suo futuro governo con il governo dimissionario di Mario Draghi, sottolineando per giunta la continuità nell’appoggio a Volodymyr Zelens’kyj, contro la Federazione Russa, secondo le direttive del Patto Atlantico e di un’Europa che merita la stessa fedeltà che si poteva accordare all’Italia nel 1940. Non ci siamo, signora Meloni, non ci siamo proprio. Senza un cambio di rotta rispetto al governo Draghi, tutte le belle promesse di “ripresa e resilienza” rimangono parole vane. Se i suoi ministri economici non gliel’hanno detto, dopo aver licenziato il ministro della salute e della giustizia, licenzi anche loro.
Dunque, le cose andranno forse così così per la nostra “democrazia”, ma in fondo siamo liberi di parlare, scrivere, dire le nostre opinioni. È un bel passo avanti rispetto al periodo 1922-1943, quando imperava il “pensiero unico”. O no? Allora, come stavano le cose in quel periodo non lo posso dire per esperienza diretta: sono vecchio, ma non abbastanza. Se credo di saperlo è perché qualcuno che c’era me l’ha raccontato. Ma a raccontarmelo non sono stati politici, ideologici, o intellettuali da biblioteca. E nemmeno sono stati i nostalgici, o gli ex- o neo-partigiani. Sono state persone del popolo, gente a cui delle lotte per il potere era interessato poco in quel periodo e interessava poco anche dopo, gente abituata a osservare quelle lotte con l’occhio disincantato e distaccato di chi sa di non poter partecipare, e di avere altro da fare. A loro, non dava fastidio più di tanto passare il sabato in divisa a inneggiare a un fantoccio, anche perché non c’era nessun week-end a cui ...
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