Gli incidenti all'università di Roma, dove alcuni studenti autodefinitisi di "sinistra" hanno cercato di impedire un convegno di studenti di destra, da loro definiti "fascisti", hanno rinnovato l'interesse dei commentatori in materia di fascismo. Che cosa fosse il fascismo io non l'ho imparato dagli slogan ripetuti a pappagallo da mocciosetti bavosi, ma da mio padre, che era stato rinchiuso in un carcere militare per aver punito un po' troppo pesantemente (secondo loro) due camicie nere che avevano abusato di due donne spagnole; e da mia madre, appartenente ad una famiglia della Bassa Padana di fede comunista, molti dei cui membri erano stati manganellati e costretti a fuggire in Francia. Né mio padre né mia madre avevano quindi particolari motivi per essere grati al "Duce", ma è proprio questo il punto: ce l'avevano con Mussolini e con "alcuni" fascisti, non con l'ideologia. Mi hanno trasmesso la loro derisione per i roboanti discorsi del "Duce", e la loro condanna per la persecuzione anti-ebraica, e per l'entrata in guerra a fianco dei nazisti, ma mi hanno anche indotto a cercar di capire cosa veramente era successo in quel ventennio e perché. È per questo che ho studiato la storia di quel periodo e, per poterla capire, i principi del fascismo come teoria politica ed economica. Ed è per questo che appunto considero il fascismo una teoria politica ed economica, non un'accusa becera e generica da gettare contro i propri avversari. Ed è infine per questo che sono incerto fra la compassione e il disprezzo per coloro che si riempiono la bocca delle parole "fascismo" e "fascista", ripetendole a vanvera senza avere una minima idea di ciò di cui stanno parlando, col solo risultato di menare il can per l'aia, vanificando il dibattito, ridotto a un concerto di oche. Suggerendo poi l'equazione fra teoria politico-economica fascista e "prevaricazione, intolleranza, discriminazione, e violenza", i vincitori hanno imposto il divieto di ricostituzione del partito degli sconfitti, illudendosi e illudendoci di aver così vietato le prevaricazioni, le intolleranze, le discriminazioni, e le violenze. Conseguentemente, noi oggi in realtà ci troviamo privati del diritto di includere una terza opzione fra marxismo e liberismo, ma gratificati del diritto di essere prevaricatori, intolleranti, discriminanti, e violenti quanto vogliamo...
Dunque, le cose andranno forse così così per la nostra “democrazia”, ma in fondo siamo liberi di parlare, scrivere, dire le nostre opinioni. È un bel passo avanti rispetto al periodo 1922-1943, quando imperava il “pensiero unico”. O no? Allora, come stavano le cose in quel periodo non lo posso dire per esperienza diretta: sono vecchio, ma non abbastanza. Se credo di saperlo è perché qualcuno che c’era me l’ha raccontato. Ma a raccontarmelo non sono stati politici, ideologici, o intellettuali da biblioteca. E nemmeno sono stati i nostalgici, o gli ex- o neo-partigiani. Sono state persone del popolo, gente a cui delle lotte per il potere era interessato poco in quel periodo e interessava poco anche dopo, gente abituata a osservare quelle lotte con l’occhio disincantato e distaccato di chi sa di non poter partecipare, e di avere altro da fare. A loro, non dava fastidio più di tanto passare il sabato in divisa a inneggiare a un fantoccio, anche perché non c’era nessun week-end a cui ...
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