I servizi televisivi sull'elezione del presidente del Senato ci hanno fatto rivedere quella specie di "confessionale" che dovrebbe servire a nascondere i senatori quando sono chiamati a esprimere un voto "segreto". Ma che càvolo di segreto e segreto! Questa gente "rappresenta" il popolo, e il popolo ha quindi il diritto inviolabile di sapere come votano i suoi rappresentanti. Volete un voto "segreto"? Accomodàtevi! Fate passare in quel "confessionale" tutti i cinquantacinque milioni di cittadini che hanno diritto a votare, uno per uno, con santa pazienza. Troppo complicato? E allora togliete da lì quell'insulto alla democrazia e dàtelo a qualche famiglia indigente che, a causa della crisi energetica, non ha legna per scaldarsi.
Dunque, le cose andranno forse così così per la nostra “democrazia”, ma in fondo siamo liberi di parlare, scrivere, dire le nostre opinioni. È un bel passo avanti rispetto al periodo 1922-1943, quando imperava il “pensiero unico”. O no? Allora, come stavano le cose in quel periodo non lo posso dire per esperienza diretta: sono vecchio, ma non abbastanza. Se credo di saperlo è perché qualcuno che c’era me l’ha raccontato. Ma a raccontarmelo non sono stati politici, ideologici, o intellettuali da biblioteca. E nemmeno sono stati i nostalgici, o gli ex- o neo-partigiani. Sono state persone del popolo, gente a cui delle lotte per il potere era interessato poco in quel periodo e interessava poco anche dopo, gente abituata a osservare quelle lotte con l’occhio disincantato e distaccato di chi sa di non poter partecipare, e di avere altro da fare. A loro, non dava fastidio più di tanto passare il sabato in divisa a inneggiare a un fantoccio, anche perché non c’era nessun week-end a cui ...
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