Qualcuno anni fa cercò di mettere in guardia contro l’eccessivo sviluppo dicendo che la complessità genera fragilità. Inutilmente. Ultimamente la nostra economia si reggeva su un vorticoso giro di denaro che mantenava sviluppo e complessità. È bastata una pandemia di gravità più montata che reale per destabilizzare la nostra economia, e adesso una crisi energetica per il momento più annunciata che verificata sta completando l’opera. Prendo ad esempio un settore spesso sotto i riflettori, quello della ristorazione. Quand’ero un ragazzo c’erano osterie, trattorie, e qualche bar. Nelle osterie la gente (non molta) andava più che altro a bere vino in compagnia. Le trattorie erano frequentate esclusivamente da viaggiatori che, lontani da casa, avevano bisogno di rifocillarsi. I bar, presenti quasi esclusivamente nelle città, servivano caffè, raramente cappuccini e ancora più raramente qualche superalcolico. Anche allora c’era qualche ristorante, ma ci si andava solo (e solo se si disponeva di un certo reddito) per i pranzi di nozze, e per i ricevimenti per battesimi e cresime. Per il resto, i ristoranti costituivano l’alternativa di qualità alle trattorie, riservata a turisti e viaggiatori di un certo livello. Le pizzerie, almeno al Nord, erano rarissime e mai affollate. Ovviamente quindi i titolari di tutti questi locali avevano difficoltà a far quadrare i bilanci.

Col tempo osterie e trattorie sono scomparse e se adesso qualche locale di fregia dell’insegna di “osteria” o “trattoria”, si tratta in realtà di qualche ristorante che specula sulla voglia di tradizione un po’ kitsch dei soliti ricchi. I bar si sono moltiplicati e hanno moltiplicato la loro offerta e, soprattutto, la loro clientela. I ristoranti si sono anche loro moltiplicati e hanno moltiplicato anche loro la loro clientela. E delle pizzerie è inutile parlare. A questo punto, con lo sviluppo si è creata anche la fragilità del settore, che contribuisce alla fragilità dell’economia. Nella ristorazione sono confluiti imprenditori e lavoratori che prima erano occupati nell’agricoltura o nell’industria, attratti dallo spettacolare aumento della clientela, a sua volta reso possibile dall’aumentata disponibilità economica della popolazione. Ma, se si escludono forse le trattorie di una volta, la ristorazione è un settore di inutilità pressoché assoluta, a cui chi è costretto a fare economie può rinunciare senza risentirne in alcun modo. È ovvio quindi che uno dei primi settori a vacillare quando l’economia è in crisi è quello della ristorazione, che è però anche un settore che occupa un discreto numero di lavoratori e genera un sostanzioso giro di denaro. Se il settore fosse rimasto modesto come quando io ero un ragazzo, il tonfo sarebbe stato meno drammatico e avrebbe coinvolto molto meno il resto dell’economia, evitando di generare quel feed-back negativo che contribuisce a destabilizzare ulteriormente l’economia. E questo della ristorazione è solo uno dei possibili esempi di quanto sia nefasto uno sviluppo eccessivamente spensierato.

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