Verso metà ottobre un’automobilista positiva all’alcool-test e a droghe ha investito e ucciso un ragazzo su un marciapiede a Roma: un incidente come tanti, ma la vittima era figlio di una coppia di giornalisti e quindi per qualche giorno il problema della sicurezza stradale e dei controlli di polizia ha occupato l’attenzione dei media. Un po’ più marcata, e durata un po’ più del solito, anche in questo caso però quell’attenzione si è poi spenta. In fondo (dati ISTAT), nel 2021 i morti per incidenti stradali in Italia sono stati “solo” 2.875 e i feriti “solo” 204.728. E lasciamo perdere i costi diretti e indiretti. Aggiungiamo che la strada è ormai divenuta la “palestra” in cui ci si allena a violare le leggi, e si impara che il rischio di essere beccati è trascurabile e che le leggi sono fatte solo “per far cassa” e non per la propria ed altrui sicurezza. È quindi con questo addestramento e con queste nozioni che i nostri concittadini affrontano la vita sociale. E allora, posso chiedere con quali finalità la politica omette di rinforzare i controlli e anzi fa di tutto per impedirli? È una questione di mancanza di intelligenza, oppure di intelligenza finalizzata a scopi nascosti?

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