Per informazione dei politici, dei giornalisti, e di quei medici che la laurea l’hanno presa con i punti del supermercato: 1) COVID-19 è il nome della malattia, non del virus che la provoca, che si chiama SARS-CoV-2; 2) le malattie non sono identificate dall’agente che le provoca, ma dai sintomi lamentati dal malato e dai segni riscontrati dal medico (ad esempio, Salmonella typhi può provocare nausea e crampi addominali, con febbre, vomito e diarrea acquosa, e quello è il “tifo”, ma un’infezione asintomatica di Salmonella typhi non è “tifo”); 3) di conseguenza, se una persona NON ha i sintomi della COVID-19 (febbre, tosse, astenia, perdita dell’olfatto, dolori toracici, difficoltà respiratorie) ma ha solo un’infezione da SARS-CoV-2 senza sintomi o con solo un po’ di febbre e tosse, NON HA la COVID-19, esattamente come una persona con un’infezione da Salmonella typhi senza sintomi o con solo un po’ di mal di pancia NON HA il tifo.
Dunque, le cose andranno forse così così per la nostra “democrazia”, ma in fondo siamo liberi di parlare, scrivere, dire le nostre opinioni. È un bel passo avanti rispetto al periodo 1922-1943, quando imperava il “pensiero unico”. O no? Allora, come stavano le cose in quel periodo non lo posso dire per esperienza diretta: sono vecchio, ma non abbastanza. Se credo di saperlo è perché qualcuno che c’era me l’ha raccontato. Ma a raccontarmelo non sono stati politici, ideologici, o intellettuali da biblioteca. E nemmeno sono stati i nostalgici, o gli ex- o neo-partigiani. Sono state persone del popolo, gente a cui delle lotte per il potere era interessato poco in quel periodo e interessava poco anche dopo, gente abituata a osservare quelle lotte con l’occhio disincantato e distaccato di chi sa di non poter partecipare, e di avere altro da fare. A loro, non dava fastidio più di tanto passare il sabato in divisa a inneggiare a un fantoccio, anche perché non c’era nessun week-end a cui ...
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