Vorrei
spiegare perché ho il dente avvelenato con il comparto dell'edilizia.
Io lavoro nella sanità, e qualcuno è riuscito a convincere l'opinione
pubblica che la salute è un bene primario e "quindi" un "diritto" e
"quindi" deve essere pagata il meno possibile quando non addirittura
gratuita, e "quindi" non può essere oggetto di speculazione da parte di
coloro che vi lavorano, i quali "quindi" devono essere pagati il meno
possibile. In realtà poi la salute è oggetto di spudorata speculazione
da parte di chi non vi lavora in prima persona, ma parlare di questo mi
porterebbe fuori strada. Quello che voglio sottolineare è che la salute
sarà senz'altro un bene primario, ma beni primari sono anche il cibo e
la casa, i cui costi, a differenza di quelli della salute, non sono
calmierati affatto. E sarà anche vero che senza la salute non potete
godervi il vostro pranzetto nella vostra casetta, ma voglio vedere come
fate a mantenervi in salute se non mangiate e non avete un tetto sopra
la testa. Dunque, a parte il discorso sul cibo, che ancora una volta mi
porterebbe fuori tema, per quale motivo la politica e la stessa opinione
pubblica hanno permesso al comparto dell'edilizia di speculare così
indecorosamente su un bene primario come la casa? Quando ero un ragazzo,
sessant'anni fa, i lavoratori dell'edilizia, compresi gli impresari,
erano povera gente sempre sporca di calce e cemento, al fondo della
scala sociale. Così non andava bene, ma non va nemmeno bene passare da
un estremo all'altro. E, stranamente, questo passaggio si è realizzato.
Ma qualcosa del genere è accaduto anche per geometri, architetti e
ingegneri. Fra tutti i professionisti, i geometri erano i meno
considerati, gli architetti se la cavicchiavano ma, se non erano al top
della loro categoria, che pur non era molto affollata, rischiavano
spesso di non riuscire a mettere insieme il pranzo con la cena. Gli
ingegneri poi, se non riuscivano a trovare un posto sotto padrone,
stavano anche peggio. Oggi geometri, architetti e ingegneri sono in cima
alla scala sociale e godono dei redditi più alti fra tutti i
professionisti. E non parliamo poi nemmeno dei "palazzinari", che sono
oggi in grado di condizionare entrambi i "poteri" dell'italica società,
quello ufficiale dello Stato e quello ombra della Mafia, quando non
entrano addirittura a pieno titolo nella scena politica. I prezzi dei
terreni "edificabili", delle costruzioni, e di tutte le pratiche
burocratiche connesse sono schizzati alle stelle, nella più completa e
supina indifferenza di un popolo che pure ha la casa tra le sue
principali aspirazioni, oltre che ovviamente tra i suoi bisogni. E non
c'è nessun economista che abbia il coraggio di evidenziare come
permettere una sfrenata speculazione in un bene primario come la casa
voglia dire introdurre un pericoloso e inarrestabile moltiplicatore
dell'inflazione nell'economia di una nazione. Il guaio è che con la
progressiva e naturale scomparsa di generazioni come la mia che hanno
visto e possono ricordare questo deleterio fenomeno, le nuove
generazioni considereranno questo stato di cose come "normale" e
"dovuto", con il che la nostra economia sarà destinata a tenersi un
cancro che la erode.
Dunque, le cose andranno forse così così per la nostra “democrazia”, ma in fondo siamo liberi di parlare, scrivere, dire le nostre opinioni. È un bel passo avanti rispetto al periodo 1922-1943, quando imperava il “pensiero unico”. O no? Allora, come stavano le cose in quel periodo non lo posso dire per esperienza diretta: sono vecchio, ma non abbastanza. Se credo di saperlo è perché qualcuno che c’era me l’ha raccontato. Ma a raccontarmelo non sono stati politici, ideologici, o intellettuali da biblioteca. E nemmeno sono stati i nostalgici, o gli ex- o neo-partigiani. Sono state persone del popolo, gente a cui delle lotte per il potere era interessato poco in quel periodo e interessava poco anche dopo, gente abituata a osservare quelle lotte con l’occhio disincantato e distaccato di chi sa di non poter partecipare, e di avere altro da fare. A loro, non dava fastidio più di tanto passare il sabato in divisa a inneggiare a un fantoccio, anche perché non c’era nessun week-end a cui ...
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