Vorrei ricordare un vecchio detto: “Dio guarisce, e il medico intasca la parcella”. Disincantato,  sarcastico, scettico, irriverente: giudicàtelo come volete, ma racchiude molta verità. Ci sono malattie che, senza l’intervento di un medico che sappia applicare “con scienza e coscienza” quanto ha imparato, non guarirebbero mai, o comunque rimarrebbero insopportabili,. Ma ci sono anche malattie che guarirebbero lo stesso senza l’intervento di un medico, e molte che anzi guariscono “nonostante” l’intervento di un medico.
Purtroppo il “post hoc, ergo propter hoc” è un errore logico molto frequente che gli stessi medici commettono e di cui anzi volentieri approfittano. Se un evento si verifica “dopo” (“post”) un altro, non vuol dire  che sia avvenuto necessariamente “a causa” (“propter”) di quello che l’ha preceduto. Se avverto un dolore a un ginocchio e, dopo che ho mangiato una fetta di torta Saint Honorè, mi passa, può anche darsi che il merito sia stato della torta, ma forse qualche dubbio al riguardo potrebbe essere giustificato. È per questo che ormai da parecchi anni è diventato di prassi verificare la reale efficacia di un innovativo intervento medico o chirurgico paragonando i risultati che si ottengono in due gruppi di pazienti simili fra loro applicando a un gruppo quell’intervento e all’altro gruppo un intervento “tradizionale” o addirittura un “non-intervento” (“placebo”).
Questo principio non vale però solo a livello di ricerca su nuovi farmaci o nuove tecniche chirurgiche, ma vale anche nella pratica quotidiana. Naturalmente, quando si accinge a curare un paziente, un medico non può cercarne un altro così da poterne curare uno in un modo e l’altro in un modo differente per vedere se la terapia usata per il primo paziente è valida o meno. In pratica un medico si fida dei risultati ottenuti dalla ricerca usando quella terapia in pazienti con quella data malattia.
Il problema però si sposta dalla terapia al medico. Se quel paziente fosse stato curato da un altro medico, il risultato sarebbe stato lo stesso? E se non fosse stato curato da nessuno? Di fronte allo stesso paziente, un medico potrebbe fare una diagnosi e un altro medico una diagnosi diversa. E anche con la stessa diagnosi, un medico potrebbe preferire una data terapia e un altro medico una terapia diversa, o potrebbe anche decidere di non dare alcuna terapia. Dire che si è guariti perché si è stati curati dal quel particolare medico con quella particolare terapia può tranquillizzare sè stessi e far piacere al medico, ma non corrisponde per forza alla realtà dei fatti.
A questo punto però sorge un altro problema, dovuto al fatto che nessun intervento medico è esente da rischi o da effetti collaterali indesiderati. Se siamo certi che quell’intervento è necessario e che senza di esso il paziente morirebbe o avrebbe conseguenze gravi, non è certo il caso di trastullarsi pensando ai rischi e agli effetti collaterali. Ma se quella certezza non l’abbiamo diventa necessario soppesare i possibili vantaggi della terapia contro i suoi possibili effetti collaterali, compreso il rischio di ammazzare il paziente. Ed è quello che un medico deve fare se vuol essere un vero medico. Purtroppo sono entrati sulla scena da vari anni i “protocolli”, cioè istruzioni dettagliate con valore di “ufficialità” compilate da “centri di eccellenza” che garantiscono al medico impunità da processi per eventuali danni subiti dai pazienti. Se un medico segue per filo e per segno quei “protocolli”, più o meno come un infermiere dovrebbe seguire le istruzioni dategli dal medico, nessuno può dirgli niente.
A volte a me viene il dubbio che qualcuno approfitti di questo stato di cose. Il bisogno di verificare la necessità e l’opportunità di una terapia, di “qualsiasi” terapia, svanisce come nebbia al sole, basta che i grandi “centri di eccellenza” dicano che una data malattia ha un altissimo rischio di portare a morte i pazienti, supportando tale affermazione con dati raccolti dai loro efficientissimi e affidabilissimi sistemi epidemiologici e statistici. E via allora con terapie “eroiche” di non provata efficacia e di ancor meno provata innocuità (in sostanza, di non provato vantaggio nel rapporto fra benefici e rischi)... Di fronte a una malattia quasi sicuramente mortale non c’è alcuna possibilità di colpa, e l’unico “dolo” sarebbe quello di non far nulla. Ed è appunto per questo che, se alcuni hanno il coraggio di opporsi alla narrazione ufficiale della malattia e ai protocolli di cura ufficiali, lo fanno solo proponendo protocolli di cura “alternativi”. Proporre di “non fare nulla” potrebbe forse svelare la “nudità” del re ma, se poi risultasse che il re ha comunque un paio di mutande, si rischierebbe di essere accusati di essere rimasti inerti di fronte ad una tragedia, di aver omesso i soccorsi, e di aver mancato ai propri doveri di medici. Il guaio è però che a questo punto manca il controllo che sarebbe stato offerto dal “placebo” e la “medicina”, tanto quella ufficiale quanto quella alternativa, vanno avanti a somministrare ai pazienti terapie che potrebbero essere salvavita, ma potrebbero anche essere inutili veleni. Naturalmente non inutili per chi li vende...

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