Se dovessi chiedere: “Siete creazionisti, o evoluzionisti? Credete alla narrazione biblica della creazione, oppure credete che siamo il frutto dell’ evoluzione?”, probabimente tutti ormai direbbero di essere evoluzionisti. Un trionfo del pensiero scientifico sul pensiero religioso? A giudicare da quello che sento e leggo, nient’affatto. È solo il trionfo degli anticlericali sui clericali. Essere “evoluzionisti” vuol dire sentirsi parte di quel processo naturale di evoluzione della vita su questo Pianeta.

Paradossalmente invece la quasi totalità di coloro che si definiscono evoluzionisti conosce poco o nulla della teoria, e continua a ritenere la specie umana separata dalle altre specie animali e non soggetta alle leggi della natura, come se fosse costituita da angeli caduti dall’empireo. La cosa è tanto più sconcertante in quanto ad essere ignari delle teorie evoluzionistiche sono persino i medici, cioè coloro che hanno certamente il compito di contrastare gli effetti negativi degli eventi naturali sulla salute, ma che dovrebbero operare senza disconoscere la nostra posizione nell’economia della natura. Il comportamento tenuto in occasione della recente pandemia da SARS-CoV-2 ha dimostrato l’inadeguatezza della formazione medica. Non soltanto sono stati commessi errori enormi e tragici nelle misure di contrasto alla diffusione dell’agente infettivo, non solo sono stati adottati rimedi curativi e preventivi assurdi da parte dei medici allineati con i governi, ma sono stati propagandati rimedi altrettanto assurdi anche da parte dei medici che si proponevano e si propongono come “alternativi”.

In sostanza, invece di riconoscere la “vis medicatrix naturae” (che quando viene citata, viene citata fuori luogo), tutti insistono nel prescrivere i  farmaci di cui sono entusiasti, tutti indistintamente magnificandone l’efficacia e tacendone rischi ed effetti collaterali. L’unico atteggiamento onesto e scientifico dovrebbe essere quello di aver fiducia fino a prova contraria nella capacità dell’organismo di curarsi da solo, intervenendo non quando la narrazione ufficiale attribuisce genericamente ad un agente infettivo un’alta letalità, ma solo quando nel caso specifico del singolo paziente la risposta naturale si dimostra insufficiente. E l’intervento deve essere primariamente di supporto all’organismo, utilizzando farmaci col più basso rischio possibile, evitando di intralciare reazioni che, per quanto fastidiose o ansiogene, possono rappresentare il rimedio naturale che la specie ha sviluppato nella sua evoluzione. Anche quando si tratta di una malattia infettiva provocata da un agente contro il quale si dispone di un farmaco efficace, l’uso di quel farmaco va evitato se l’organismo si dimostra in grado di sopravvivere all’infezione o, in casi dubbi, deve essere ritardato il più possibile: tutto questo allo scopo di permettere all’organismo di sviluppare le difese naturali (anticorpali o altre) che l’evoluzione e la selezione hanno sviluppato e che sono l’unica garanzia di risultati duraturi.

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