Per decenni gli Americani sono stati i maestri della pubblicità intesa come arte del convincere la gente a comprare un prodotto o un'idea, al punto che qualcuno usa ancora "Madison Avenue" come metonimia per "industria pubblicitaria". La qualità non è sempre stata uniforme, e a invenzioni raffinatissime si sono alternate a volte trovate piuttosto grossolane ma, quando l'obiettivo era importante, i propagandisti americani hanno sempre fatto un buon lavoro. Oggi non più. La narrazione ufficiale della recente pandemia di covid fa veramente pietà, ma con la propaganda anti-Putin i copy-writers americani hanno superato sè stessi per idiozia e banalità. L'ultima trovata è quella dei miliardi nascosti da Putin nella Repubblica Centrafricana. Se anche fosse vero, al posto loro avrei mentito, cambiando la "location": magari un Paese sudamericano o un paradiso fiscale del Pacifico. Nella propaganda bisogna essere credibili, altrimenti si deve lasciar perdere. E comunque, chi gliel'ha detto quanti sono quei soldi e dove Putin li ha nascosti? Non stiamo scrivendo il copione per un film di Batman e Robin. Qualche adolescente, cresciuto o meno, sarà anche disposto a credere ai potenti mezzi di spionaggio fiscale di Gotham City, ma chi ha conservato ancora un minimo senso critico si dovrà pur porre qualche domanda al riguardo. D'altra parte lo schema è vecchio e abusato. L'avevano impiegato i pro-Putin parlando delle risorse nascoste all'estero dal suo avversario Zelens'kyj, ed era stato proposto a suo tempo anche per l'oro di Mussolini, l'"oro di Dongo". Qualcosa il dittatore romagnolo in fuga doveva certamente essersi portato dietro e deve averla persa in quel paesino sul lago, considerato che qualche famiglia del luogo è diventata improvvisamente ricca a guerra finita, ma non era probabilmente molto più di quanto gli spalloni portano mensilmente in Svizzera per conto della buona borghesia milanese. Siamo insomma a un déjà-vu veramente stucchevole. Ecco, a proposito della buona borghesia milanese, se vuole che i suoi rampolli sfondino nell'industria della pubblicità, conviene che non li mandi più in America a imparare il mestiere. Mandateli piuttosto all'Università di Bangui. Dov'è Bangui? Nella Repubblica Centrafricana, of course!
Dunque, le cose andranno forse così così per la nostra “democrazia”, ma in fondo siamo liberi di parlare, scrivere, dire le nostre opinioni. È un bel passo avanti rispetto al periodo 1922-1943, quando imperava il “pensiero unico”. O no? Allora, come stavano le cose in quel periodo non lo posso dire per esperienza diretta: sono vecchio, ma non abbastanza. Se credo di saperlo è perché qualcuno che c’era me l’ha raccontato. Ma a raccontarmelo non sono stati politici, ideologici, o intellettuali da biblioteca. E nemmeno sono stati i nostalgici, o gli ex- o neo-partigiani. Sono state persone del popolo, gente a cui delle lotte per il potere era interessato poco in quel periodo e interessava poco anche dopo, gente abituata a osservare quelle lotte con l’occhio disincantato e distaccato di chi sa di non poter partecipare, e di avere altro da fare. A loro, non dava fastidio più di tanto passare il sabato in divisa a inneggiare a un fantoccio, anche perché non c’era nessun week-end a cui ...
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