Qualche parola sui "fragili". Quando vedo persone della mia età (e quindi anziane e quindi "fragili") che vanno in giro ancora con la mascherina, non penso solo agli scriteriati che hanno convinto i "fragili" a portare la mascherina, altrimenti schiattano, ma anche ai loro predecessori, soprattutto miei colleghi medici, che hanno creato la categoria dei "fragili" per ampliare lo zoccolo duro della loro clientela. Mio padre è morto a 92 anni dopo aver vissuto quasi sessant'anni con un polmone solo e dopo quattro anni di sofferenze a causa di un ictus, ma non si è mai risparmiato, amava cercar di ottenere dal suo fisico più di quanto gli potesse dare, e si sarebbe enormemente offeso se qualcuno gli avesse dato del "fragile". Io sono cresciuto alla sua scuola, anche se non potrò mai dire di averlo eguagliato, e sono convinto che se la mia eventuale "fragilità" dovesse portarmi a soccombere, vorrebbe dire che sarebbe nell'ordine naturale delle cose. Vedo invece intorno a me stuoli di persone non solo fermamente convinte di essere "fragili", ma che addirittura ostentano quella loro "fragilità", vera, presunta o esagerata, come un titolo di nobiltà o di merito. E allora torno a pensare con rabbia a tutti quegli esseri spregevoli che, per farsi una "clientela" (anche politica o sindacale) hanno ucciso nella gente il sano orgoglio, l'amor proprio e quella verecondia che rendono la vita degna di essere vissuta.

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