Le querele vanno presentate nelle sedi competenti, NON vanno annunciate, perché in questo caso costituiscono intimidazione e minaccia. 15 dicembre, rete 4, "Dritto e Rovescio". Facendo riferimento al noto recente episodio di corruzione al Parlamento europeo, un cittadino intervistato dice più o meno: "Ci togliete l'uso del contante e poi voi politici vi fate prendere con valige piene di banconote". Matteo Ricci, sindaco PD di Pesaro, gli si scaglia contro affermando di sentirsi, lui politico onestissimo, offeso da quelle parole e afferma che si farà dare nome e cognome di quel cittadino per querelarlo. Ora, dal punto di vista dialettico, Ricci ha perso un'occasione, dato che avrebbe potuto pacatamente rispondere: "È proprio per questo che vogliamo abolire il contante". Forse non sarebbe stata un'affermazione veritiera, ma avrebbe vinto sull'avversario. Invece ha scelto di intimidire l'avversario con la minaccia di una querela. A questo proposito vorrei far notare che la diffamazione è un reato, ma anche la minaccia lo è (art. 612 C.P). Il reato di minaccia si concretizza quando si prospetta a qualcuno un "ingiusto" danno e, in un sistema giuridico basato sulla presunzione di innocenza, la querela costituisce un ingiusto danno fino al momento in cui un giudice conferma l'esistenza della diffamazione e cessa di esserlo solo se e quando tale eventuale conferma passa in giudicato. Considerato che quel cittadino non ha fatto il nome del sig. Matteo Ricci ma ha espresso un parere generico largamente condiviso e spesso ripetuto nei media, la probabilità che una querela contro quel cittadino possa indurre un giudice a trovarla fondata sono pari a zero, il che fa rimanere in piedi il reato di minacce. Se anche così non fosse, la figura fatta pubblicamente in televisione dal sig. Ricci dovrebbe convincere il suo partito a prendere le distanze da lui e sconfessarlo.
Dunque, le cose andranno forse così così per la nostra “democrazia”, ma in fondo siamo liberi di parlare, scrivere, dire le nostre opinioni. È un bel passo avanti rispetto al periodo 1922-1943, quando imperava il “pensiero unico”. O no? Allora, come stavano le cose in quel periodo non lo posso dire per esperienza diretta: sono vecchio, ma non abbastanza. Se credo di saperlo è perché qualcuno che c’era me l’ha raccontato. Ma a raccontarmelo non sono stati politici, ideologici, o intellettuali da biblioteca. E nemmeno sono stati i nostalgici, o gli ex- o neo-partigiani. Sono state persone del popolo, gente a cui delle lotte per il potere era interessato poco in quel periodo e interessava poco anche dopo, gente abituata a osservare quelle lotte con l’occhio disincantato e distaccato di chi sa di non poter partecipare, e di avere altro da fare. A loro, non dava fastidio più di tanto passare il sabato in divisa a inneggiare a un fantoccio, anche perché non c’era nessun week-end a cui ...
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