Sul finire degli Anni Settanta venne di moda curare la “cellulite” utilizzando una tecnica introdotta per altri scopi una ventina di anni prima dal medico francese Michel Pistor, la mesoterapia, che prevedeva l’iniezione dei farmaci nel derma. Non bastava però un’iniezione singola, ma bisognava effettuarne parecchie a breve distanza l’una dall’altra, e vennero perciò messi sul mercato degli appositi “multi-iniettori”. Dato che la “cellulite” è un problema che affligge le donne e dato che come ginecologo molte mie pazienti volevano sottoporsi a quella terapia, decisi di accontentarle, anche perché avevo conosciuto il prof. Carlo Alberto Bartoletti, fondatore della Società Italiana di Medicina Estetica, e da lui avevo avuto pareri favorevoli alla mesoterapia.
All’atto pratico però fu una delusione. O, meglio, lo fu per me. Quando le pazienti tornavano per un controllo ed un’eventuale continuazione della terapia, a me l’aspetto sembrava lo stesso. Le pazienti invece erano entusiaste e sostenevano di aver avuto un cospicuo miglioramento. Addirittura mi dicevano che avevano misurato col centimetro da sarta la circonferenza delle cosce e avevano constatato una riduzione. Incredulo, cominciai a fare anch’io la stessa misurazione alle cosce delle mie pazienti prima della terapia e dopo. E a me non risultava alcuna variazione, mentre loro dicevano ancora che, misurando, avevano notato quella famosa riduzione. Com’era possibile? Lo scoprii presto. Le mie pazienti facevano la misura “dopo” la terapia qualche centimetro più in basso di dove erano state fatte le iniezioni, ed è ovvio che la circonferenza delle cosce si riduce man mano che si scende verso le ginocchia. In sostanza, le mie pazienti si “autoilludevano”. Non potevano ammettere a sè stesse di aver perso tempo e soldi e di aver sopportato un certo dolore per niente. Dato che a me non piace illudere la gente, decisi di smettere di fare la mesoterapia per la cellulite.
Perchè racconto queste cose? Perchè sono un esempio di un meccanismo difensivo della nostra psiche, appunto la predisposizione ad autoilludersi per non ammettere di essere stati presi in giro, ammissione che farebbe perdere la propria autostima. Alcuni di noi, tendenzialmente aggressivi, vedono imbrogli anche dove magari non ci sono, e altri godono a raccontarsi come “vittime”, ma la maggior parte non ammette di essere stata “poco furba” e persiste a subire l’inganno pur di non perdere la faccia. Questo meccanismo psicologico spiega lo strano fenomeno di una popolazione che, dopo aver accettato imposizioni assurde e umilianti da “esperti” che le giustificavano con motivazioni poi dimostratesi fasulle, in gran parte invece di esigere il risarcimento dei danni subiti e chiedere la testa dei responsabili, continua a rispettare quelle imposizioni e a giustificarle. Facciàmocene quindi una ragione. Questa gente non è recuperabile.
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