È curioso come in questo Paese le polemiche si trascinino per mesi o anni galleggiando sterilmente in superficie dei problemi, senza mai coglierne cause ed implicazioni. Quella sul reddito di cittadinanza ne è un esempio lampante. Basterebbe chiedere: “Se il reddito di cittadinanza è veramente così necessario, come hanno fatto a sopravvivere prima della sua istituzione coloro che attualmente lo percepiscono?”.

Ma vale la pena di accettare il dibattito, dato che si ha così l’occasione di evidenziare alcuni aspetti drammatici e deleteri di un certo modo di fare politica. Anche se a chi lo percepisce non piace che se ne parli in questo modo, a tutti gli effetti il reddito di cittadinanza è una forma di beneficenza. E non si tratta di denaro stampato ad hoc dallo Stato, ma di denaro originariamente appartenente ad alcuni cittadini che viene trasferito ad altri cittadini. A questo punto è opportuno sottolineare che non è l’unico caso di beneficenza forzata. Il buonismo, a volte lodevole e a volte comico quando esercitato in proprio, diventa assolutamente odioso quando viene imposto per legge. E purtroppo il “buonismo di Stato” ha contagiato spazi sempre più ampi della vita sociale ed economica negli ultimi sessant’anni. Guarda caso, questo lasso di tempo è anche, con qualche sfasatura, quello che ha visto l’Italia diventare, da Paese di emigrazione, Paese di immigrazione. Fino alla  metà del secolo scorso e anche un po’ oltre, chi non trovava lavoro nel proprio circondario si spostava di una decina di chilometri. Se anche lì non c’era lavoro, si spostava di qualche centiniaio di chilometri. E se ancora non trovava lavoro, si spostava di mille, duemila, o più chilometri. Era l’emigrazione (la stessa cui ricorrono, anche se non sempre per cercare lavoro, coloro che vengono da noi attraversando il Mediterraneo). Ora la domanda è: “Se andava bene per i genitori, i nonni o i bisnonni dei percettori del reddito di cittadinanza che affermano di non trovare lavoro vicino casa, perché quella stessa soluzione non deve andare bene per loro?”. Ma ironia vuole che a pagare per il reddito di cittadinanza non siano solo i compaesani più fortunati di quelli che lo percepiscono, o gli abitanti di altre parti d’Italia economicamente più avvantaggiate, anch’essi più fortunati perché il caso li ha fatti nascere in famiglie che vivono da parecchie generazioni in quelle zone. A pagare per il reddito sono chiamati anche coloro che il lavoro l’hanno trovato, ma per trovarlo hanno dovuto spostarsi da un capo all’altro del Paese, oppure i figli o nipoti di questi emigrati.

Si possono poi fare tanti bei discorsi sui datori di lavoro che non riconoscono la paga sindacale, o sui contratti nazionali che non sono il linea con quelli della Germania, ma allora, se proprio vogliamo buttarla in politica, chiediàmoci anche come sia possibile che in un libero mercato un imprenditore che non trova dipendenti non alzi lo stipendio che offre. Dite: “Perché poi nessuno gli compra quello che la sua ditta produce”? Be’, se produceva cose inutili, è possibile, ma se produceva beni o servizi necessari, non c’è santo: i suoi clienti dovranno accettare di pagare prezzi più alti. A meno che... A meno che non siamo affatto in un libero mercato e ci sia qualcuno che droga la domanda o l’offerta. Forse ci sono lavoratori, magari stranieri, disponibili a fare una vita miserabile; forse ci sono sindacati e organismi di controllo statali che prendono mazzette per guardare dall’altra parte; forse ci sono trattati e accordi commerciali indecenti (magari opera di “buonisti”, o magari ancora una volta frutto di mazzette) con altri Stati. Magari, magari, magari...

Però, se “magari”, invece di prestarsi a stupide comparsate nei salotti televisivi, coloro che non trovano lavoro e davvero vogliono lavorare si decidessero a fare una bella gita in comitiva ad ammirare, e non solo, Montecitorio,  Palazzo Madama, Palazzo Chigi, e il Quirinale, alla fine starebbero meglio loro e staremmo meglio tutti noi.

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