Ormai per fortuna i media parlano molto meno del covid. Così però stiamo perdendo la possibilità di chiedere agli “esperti” di rispondere ai dubbi che rimangono sulla gestione politica e sanitaria della cosiddetta pandemia.

Uno di questi dubbi riguarda i tamponi sui quali è stata costruita la narrazione ufficiale della diffusione dei contagi. Nella medicina di laboratorio ogni esame viene valutato in base a due parametri: la sensibilità e la specificità. Il primo indica la capacità dell’esame di accorgersi della presenza di quello che cerchiamo. Il secondo indica la capacità dell’esame di non prendere lucciole per lanterne, cioè nel nostro caso di non scambiare un virus per un altro. Ora chi acquista un tampone dovrebbe chiedere al farmacista “quale” proteina virale viene “letta” dal tampone. E chi si fa prescrive il tampone dovrebbe rivolgere la stessa domanda al medico. Se non sanno rispondere, un motivo c’è: questa informazione non è di solito riportata nei foglietti illustrativi e non è reperibile nemmeno online. Ma anche nel caso che riusciste a trovare questa informazione, non sarebbe sufficiente. Esistono sette specie di Coronavirus capaci di infettare l’uomo. Quattro, note fin dagli anni Sessanta del Novecento, sono molto comuni e causano disturbi respiratori classificabili come raffreddore. La domanda che non trova facilmente risposta è: i tamponi per rilevare la presenza del SARS-CoV-2 sono stati testati per accertare che non rilevino anche gli altri Coronavirus? Non basta un’eventuale perentoria risposta affermativa, come quelle che sono soliti dare gli “esperti”. Servono precisi e dettagliati riferimenti a studi pubblicati, che si possano leggere ed esaminare con attenzione. Finché non siamo del tutto sicuri che i tamponi “positivi” siano positivi solo al SARS-Cov-2 (il virus del “covid”) e non anche ad altri Coronavirus, tutte le statistiche che sono state sbattute in faccia alla popolazione non solo altro che carta straccia.

Un altro dubbio riguarda l’immunità al virus del “covid”. A parte il “pasticciaccio brutto” delle affermazioni degli “esperti”, secondo cui l’immunità da vaccino è più forte e duratura di quella che si acquisisce con l’infezione naturale, c’è tutto un capitolo che andrebbe rivisitato. Mi riferisco a “quali anticorpi” garantiscono la difesa da un’infezione respiratoria cone quelle da Coronavirus. Gli anticorpi che vengono dosati, e sui quali viene costruito tutto il castello di ipotesi e conclusioni, appartengono alla classe delle immunoglobuline M e G. La risposta immunitaria consiste però anche nella produzione di immunglobuline A, D ed E, che hanno ricevuto poca o nessuna attenzione durante questa pandemia. La conseguenza di tale mancata attenzione è che non sappiamo se tutte le persone negative alle IgM e IgG specifiche per il SARS-CoV-2 sono per ciò stesso davero non protette e quindi suscettibili di subire l’infezione. Grazie alla proterva ignoranza della medicina “mainstream” che ha preteso di vaccinare  anche gli IgM e IgG negativi, la conoscenza dello stato immunitario eventualmente dovuto alle altre immunglobuline non avrebbe fatto differenza per quanto riguarda l’opportunità della vaccinazione, ma uno studio di popolazione sulla refrattarietà non-IgM e non-IgG all’infezione avrebbe per lo meno fatto avanzare le nostre conoscenze sulla COVID-19, e sulle malattie da Coronavirus o da virus in genere. Insomma: ignoranti e orgogliosi di rimanerlo.

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