Avete mai mandato i vostri figli a fare un corso di lingue all'estero? Secondo voi, li hanno scaraventarti in un gruppo eterogeneo, o gli hanno fatto fare un test di ingresso per valutare il grado di conoscenza della lingua e li hanno messi in gruppi omogenei? Dite che li hanno messi in gruppi omogenei? Bene, ma allora mi spiegate perché accettate supinamente che il sistema scolastico italiano, che una volta suddivideva gli allievi in gruppi in base alle loro capacità di apprendimento, da anni ormai butti i vostri figli in un calderone in cui, con tutta la buona volontà e tutta la competenza di questo mondo degli insegnanti, non sarà mai possibile calibrare l'insegnamento sulle capacità di apprendimento troppo diseguali dei discenti? Diceva don Lorenzo Milani nel suo libro "Lettera a una professoressa" che "non si possono fare parti uguali fra diseguali". Educatori senza cervello e senza palle hanno interpretato questa frase nel senso che bisogna dare una spinta a chi ha meno capacità, ma in realtà voleva dire che l'insegnante deve metterci più impegno con gli alunni che vengono da un ambiente culturalmente meno propizio, e già quello è difficile se un insegnante ha davanti una classe di alunni con un background socio-economico troppo variegato. Figuriámoci poi se ad essere estremamente variegate sono le capacità intellettuali oggettive. Si fa presto a dire che siamo tutti uguali, ma si fa altrettanto presto a far diplomare una nazione di ignoranti. Le persone vanno rispettate per quello che sono nella loro unicità, non per il falso diploma che un sistema ipocrita ha vomitato loro addosso. Solo chi è incapace di rispettare il prossimo per quello che è ha bisogno di lustrini e patacche per rispettarlo, ma così facendo dimostra di rispettare i lustrini e le patacche, non la persona.
Dunque, le cose andranno forse così così per la nostra “democrazia”, ma in fondo siamo liberi di parlare, scrivere, dire le nostre opinioni. È un bel passo avanti rispetto al periodo 1922-1943, quando imperava il “pensiero unico”. O no? Allora, come stavano le cose in quel periodo non lo posso dire per esperienza diretta: sono vecchio, ma non abbastanza. Se credo di saperlo è perché qualcuno che c’era me l’ha raccontato. Ma a raccontarmelo non sono stati politici, ideologici, o intellettuali da biblioteca. E nemmeno sono stati i nostalgici, o gli ex- o neo-partigiani. Sono state persone del popolo, gente a cui delle lotte per il potere era interessato poco in quel periodo e interessava poco anche dopo, gente abituata a osservare quelle lotte con l’occhio disincantato e distaccato di chi sa di non poter partecipare, e di avere altro da fare. A loro, non dava fastidio più di tanto passare il sabato in divisa a inneggiare a un fantoccio, anche perché non c’era nessun week-end a cui ...
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