Considerato quello che ha fatto finora, il ministro Schillaci non gode per niente delle mie simpatie, ma mi danno ancora più fastidio quelli che lo stanno criticando per la sua proposta di vietare il fumo all'aperto, soprattutto quelli che, senza sapere di cosa stanno parlando, ci vedono i fantasmi del proibizionismo. Proibire di scassare la minchia al prossimo NON è proibizionismo. Posso essere d'accordo anch'io che se qualcuno siede a fumare una sigaretta al parco su una panchina a cento metri dagli altri non dà fastidio a nessuno, ma gli antiproibizionisti della domenica dovrebbero provare qualche volta a uscire di casa. Si renderebbero conto che all'aperto l'aria non è quasi mai ferma e, se si è sottovento e non più che distanti da un fumatore, si è obbligati a inalare anche più fumo che in certi locali chiusi, per non parlare del rischio di farsi rovinare i vestiti dalla cenere incandescente trasportata dall'aria. A questo proposito poi è penoso il comportamento delle ferrovie che, dopo aver portato il divieto di fumare a bordo treno fino al punto di eliminare scompartimenti e carrozze per fumatori, permettono ai fumatori di intossicare il prossimo e bruciargli i cappotti sui marciapiedi e nei sottopassaggi, dove la gente si accalca o si urta. I danni alla salute all'aperto possono essere scarsi (un po' meno scarsi i danni ai maglioni), ma non è tanto una questione di preservare la salute dei cittadini, quanto una questione, come detto, di proibire di scassare la minchia al prossimo. È un po' lo stesso principio dell'alcol e delle droghe. Chiunque può essere libero di ubriacarsi o drogarsi, ma se lo fa in luoghi e occasioni in cui anche solo infastidisce il prossimo, lo Stato o si impegna a vietarlo e a punire chi viola il divieto, oppure mi deve permettere di prendere a calci in culo chi mi ha infastidito. Aut aut, tertium non datur.
Dunque, le cose andranno forse così così per la nostra “democrazia”, ma in fondo siamo liberi di parlare, scrivere, dire le nostre opinioni. È un bel passo avanti rispetto al periodo 1922-1943, quando imperava il “pensiero unico”. O no? Allora, come stavano le cose in quel periodo non lo posso dire per esperienza diretta: sono vecchio, ma non abbastanza. Se credo di saperlo è perché qualcuno che c’era me l’ha raccontato. Ma a raccontarmelo non sono stati politici, ideologici, o intellettuali da biblioteca. E nemmeno sono stati i nostalgici, o gli ex- o neo-partigiani. Sono state persone del popolo, gente a cui delle lotte per il potere era interessato poco in quel periodo e interessava poco anche dopo, gente abituata a osservare quelle lotte con l’occhio disincantato e distaccato di chi sa di non poter partecipare, e di avere altro da fare. A loro, non dava fastidio più di tanto passare il sabato in divisa a inneggiare a un fantoccio, anche perché non c’era nessun week-end a cui ...
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