Dedicato a chi crede che la nostra salute sia sotto il controllo di gente che si comporta secondo scienza e coscienza. Fra gli anni '80 e '90 avevo accettato di fare il direttore sanitario di una casa di cura privata milanese. Credevo appunto che il mio compito sarebbe stato quello di applicare al meglio quello che avevo imparato in scuola di specialità, per dare un indirizzo il più possibile corretto ed efficace all'attività di medici e infermieri. Scoprii che il mio compito era invece quello di avallare le decisioni della proprietà e giustificare le cappellate dei medici. Quando arrivarono a chiedermi di coprirne una troppo grave e intollerabile, diedi le dimissioni. Più tardi tornò lo stesso copione. Avevo accettato di fare il direttore sanitario della sede locale di una grossa organizzazione di volontariato. Stesse illusioni da parte mia e stessa delusione. Dovevo avallare le belle pensate dei dirigenti non medici locali e dei dirigenti medici centrali. Poi cominciarono a chiedermi di inventare giustificazioni mediche per espellere quei volontari che non erano graditi ai capi. Anche qui diedi le dimissioni e misi una pietra sopra all'idea di utilizzare ancora la mia specializzazione in igiene e direzione ospedaliera. E per fortuna! Penso spesso a cosa sarebbe successo se avessi avuto quel genere di responsabilità nel 2020, quando le direttive nazionali mi avrebbero obbligato a rinnegare i princìpi fondamentali dell'igiene pubblica e della medicina preventiva firmando ordini di servizio per obbligare il personale a indossare inutilissime mascherine e, soprattutto, a sottoporsi ad un'altrettanto inutile vaccinazione, pena la sospensione o addirittura il licenziamento. Me ne sarei andato un'altra volta sbattendo la porta. Però mi domando: dato che ospedali, case di cura private e organizzazioni di vario genere non vanno certo in crisi se un direttore sanitario, schifato, dà le dimissioni e, via uno, ne trovano immediatamente un altro, la facilità con cui vengono calate dall'alto direttive demenziali dipende dall'ignoranza dei "livelli intermedi", o non magari da una coscienza particolarmente malleabile di questi "livelli intermedi"?
Dunque, le cose andranno forse così così per la nostra “democrazia”, ma in fondo siamo liberi di parlare, scrivere, dire le nostre opinioni. È un bel passo avanti rispetto al periodo 1922-1943, quando imperava il “pensiero unico”. O no? Allora, come stavano le cose in quel periodo non lo posso dire per esperienza diretta: sono vecchio, ma non abbastanza. Se credo di saperlo è perché qualcuno che c’era me l’ha raccontato. Ma a raccontarmelo non sono stati politici, ideologici, o intellettuali da biblioteca. E nemmeno sono stati i nostalgici, o gli ex- o neo-partigiani. Sono state persone del popolo, gente a cui delle lotte per il potere era interessato poco in quel periodo e interessava poco anche dopo, gente abituata a osservare quelle lotte con l’occhio disincantato e distaccato di chi sa di non poter partecipare, e di avere altro da fare. A loro, non dava fastidio più di tanto passare il sabato in divisa a inneggiare a un fantoccio, anche perché non c’era nessun week-end a cui ...
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