La
polemica sul reddito di cittadinanza ha fatto emergere il problema del
caro-affitti. Anche se usato magari in modo capzioso dai difensori del
reddito di cittadinanza, il problema esiste senza ombra di dubbio.
Esiste, ma nessuno vuole ammetterlo, men che meno affrontarlo, anche se
gli viene sbattuto in faccia come in questi giorni. Tutto è nato diversi
decenni fa, quando la vera e unica "trattativa Stato-Mafia" ha imposto
l'uscita dello Stato dal settore abitativo per consentirvi l'ingresso
della Mafia. A tenere a bada la speculazione dei palazzinari, c'erano le
case dei militari e quelle dei ferrovieri, degli ospedalieri e anche
quelle dei dipendenti di molte grandi ditte private o partecipate dello
Stato, e c'erano le case popolari, inizialmente decenti (le "case
Fanfani") e poi sempre più orrende per scoraggiare il proseguimento di
quegli interventi. Poi, dopo l'occupazione mafiosa dei Comuni, è
arrivata anche la "legge Bucalossi" che dava ai Comuni il potere di
negare e/o rendere economicamente inavvicinabile per la maggior parte
dei privati cittadini l'edificabilità dei terreni, con il prevedibile ed
evidentemente previsto risultato di ridurre l'offerta abitativa e
quindi far schizzare il mercato immobiliare alle stelle. In sostanza
oggi gran parte del reddito di chi produce beni e servizi reali viene
fagocitata da giocatori di Monopoli che si sono appropriati di "caselle"
su cui hanno messo le loro "case". A questo punto è ovvio che stipendi
certamente non alti ma pur sempre commisurati al lavoro svolto diventano
insufficienti a pagare un affitto che la speculazione ha fatto crescere
a dismisura. Il risultato è che lo Stato (cioè i cittadini sul cui
lavoro lo Stato esige un "pizzo" chiamato "imposta sul reddito") è
obbligato a mantenere gente a far nulla a casa dei genitori, dato che
andare a vivere dove ci sarebbe un lavoro comporta la necessità di
pagare un affitto che non lascia abbastanza per mangiare. E aggiungiamo
anche che l'industria, che dovrebbe ridurre i salari e gli stipendi per
mantenersi concorrenziale nei confronti dei Paesi emergenti, è costretta
invece ad aumentare quei salari e quegli stipendi per permettere ai
dipendenti di pagare affitti a livelli "europei" in una nazione che non
può pensare a salari e stipendi "europei" se vuole sopravvivere alla
concorrenza. Siamo insomma in un circolo vizioso in cui ad
avvantaggiarsi sono solo l'edilizia e i proprietari di immobili (almeno
fino a che il limone che stanno spremendo avrà ancora qualche goccia di
succo: dopo sarà dura anche per loro).
Dunque, le cose andranno forse così così per la nostra “democrazia”, ma in fondo siamo liberi di parlare, scrivere, dire le nostre opinioni. È un bel passo avanti rispetto al periodo 1922-1943, quando imperava il “pensiero unico”. O no? Allora, come stavano le cose in quel periodo non lo posso dire per esperienza diretta: sono vecchio, ma non abbastanza. Se credo di saperlo è perché qualcuno che c’era me l’ha raccontato. Ma a raccontarmelo non sono stati politici, ideologici, o intellettuali da biblioteca. E nemmeno sono stati i nostalgici, o gli ex- o neo-partigiani. Sono state persone del popolo, gente a cui delle lotte per il potere era interessato poco in quel periodo e interessava poco anche dopo, gente abituata a osservare quelle lotte con l’occhio disincantato e distaccato di chi sa di non poter partecipare, e di avere altro da fare. A loro, non dava fastidio più di tanto passare il sabato in divisa a inneggiare a un fantoccio, anche perché non c’era nessun week-end a cui ...
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