Ma questa storia del reddito di cittadinanza sta ancora andando avanti? Comunque cambino le norme d'attribuzione, finchè non cambiano il nome è evidente che la finalità è quella di dare un reddito minimo a TUTTI i cittadini per il solo fatto di esistere, indipendentemente dal fatto che lavorino o meno. In certe zone e/o per certe mansioni non è prevedibile che si trovino posti di lavoro REALI (cioè che servano a produrre qualcosa di utile) in tempi certi. Anzi, è molto probabile che non se ne troveranno per parecchi anni a venire. Dunque chi ha la fortuna (e a questo punto la sfortuna) di avere un lavoro deve lavorare per i prossimi anni e anni anche per chi ha la sfortuna (e a questo punto la fortuna) di non trovare un posto di lavoro? Finora non aveva mai funzionato così. Se non si trovava lavoro sotto casa, si faceva fagotto e si emigrava in un’altra provincia, in un’altra regione, in un’altra nazione, o in un altro continente. Come fa la nostra società ad essere così strabica, così schizofrenica, da glorificare da una parte chi entra anche illegalmente nel nostro Paese perché non ha lavoro nel suo, e dall’altra i nostri concittadini che, abbarbicati al loro paesello, preferiscono l’ignominia di dipendere sine die dal lavoro di altri piuttosto che cercare il lavoro dove c’è? E cos’è poi quest’altra storia del “dovere” dello Stato di “creare” posti di lavoro ad uso e consumo di questi nostri concittadini? Un posto di lavoro reale, che crea ricchezza e non ne consuma, non ha bisogno di interventi statali per essere creato. Un posto di lavoro che può nascere solo in seguito all’intervento dello Stato consuma necessariamente più ricchezza di quanta ne possa produrre.
Dunque, le cose andranno forse così così per la nostra “democrazia”, ma in fondo siamo liberi di parlare, scrivere, dire le nostre opinioni. È un bel passo avanti rispetto al periodo 1922-1943, quando imperava il “pensiero unico”. O no? Allora, come stavano le cose in quel periodo non lo posso dire per esperienza diretta: sono vecchio, ma non abbastanza. Se credo di saperlo è perché qualcuno che c’era me l’ha raccontato. Ma a raccontarmelo non sono stati politici, ideologici, o intellettuali da biblioteca. E nemmeno sono stati i nostalgici, o gli ex- o neo-partigiani. Sono state persone del popolo, gente a cui delle lotte per il potere era interessato poco in quel periodo e interessava poco anche dopo, gente abituata a osservare quelle lotte con l’occhio disincantato e distaccato di chi sa di non poter partecipare, e di avere altro da fare. A loro, non dava fastidio più di tanto passare il sabato in divisa a inneggiare a un fantoccio, anche perché non c’era nessun week-end a cui ...
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