L’avvicinarsi del “Giorno della Memoria” è segnato come ormai ogni anno dalla programmazione televisiva di film e servizi sulla Shoah, alcuni dei quali indugiano in modo un po’ troppo compiaciuto, si direbbe quasi più nostalgico che accusatorio, sulla ricostruzione d’epoca. Ma questa è forse solo una mia impressione un po’ prevenuta, e quindi lasciamo perdere. Il problema è un altro.
Si può “avere memoria” solo di qualcosa che si è vissuto, e oggi solo un ultranovantenne può aver vissuto quegli anni e ne può quindi avere un ricordo, oltre a tutto molto vago. È difficile credere alla buona fede di chi sostiene di giudicare in modo sostanzialmente diverso la Shoah e gli altri esempi di genocidi di cui è costellata la storia anche recente dell’uomo su questa Pianeta. Se quello che si vuol fare è tramandare il ricordo non necessariamente personale dei crimini compiuti dall’umanità, nella speranza che questo serva a non ripeterli, allora però dovremmo creare “Giorni della Memoria” anche per la serie lunghissima di crimini di cui non siamo stati testimoni perché perpetrati nel corso dei secoli o dei millenni. “Ricordare” tra questi un singolo esempio della bestialità umana, per quanto grave e recente, può servire solo a illuderci che quella bestialità è “altro da noi”, e magari utilitaristicamente addirittura a creare esecrazione per un “nome” che, avendo indicato a suo tempo i responsabili di quei crimini, può poi essere opportunamente applicato agli avversari politici per denigrarli ed escluderli dal dibattito politico.
Se non si vuole sortire l’effetto contrario, l’antisemitismo e la Shoah che ne è conseguita possono e devono essere “ricordati” solo come l’esempio più vicino a noi nel tempo e nello spazio di un “difetto di fabbrica” che non riguarda “gli altri”, ma che è dentro tutti noi, pronto ad esplicare le sue conseguenze in qualsiasi momento, basta che si verifichino certe condizioni. Non erano una specie aliena gli idioti che hanno teorizzato l’antisemitismo e i criminali che l’hanno utilizzato per giustificare la “soluzione finale”. Indicarli come “diversi da noi” è il modo migliore per convincerci a non guardarci dentro e garantire quindi che prima o poi, più facilmente prima che poi, ripeteremo gli stessi crimini, contro le stesse vittime o contro altre. Se non vogliamo capirlo, prepariamoci dunque al remake.
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