“Brasile, i sostenitori di Bolsonaro assaltano i palazzi delle istituzioni, scontri con la polizia. Come a Capitol Hill nel 2021”, titola RAI News. In effetti il parallelo con quanto avvenne negli USA all’indomani della vittoria di Biden su Trump non è così peregrino. Ad essere peregrino piuttosto è considerare questi eventi come minacce alla “democrazia”. Il sillogismo sembra essere: questi scalmanati sono “di destra”, erano “di destra” anche gli scalmanati che hanno dato origine al fascismo, ergo questi scalmanati stanno cercando di restaurare il fascismo.

In realtà questi eventi non sono una minaccia alla democrazia. Sono piuttosto la dimostrazione che non possiamo continuare a considerare democratici sistemi politici che di democratico hanno solo il nome. “Democrazia” vorrebbe dire “potere del popolo” ma, dato che il “popolo” (inteso come antagonista del dittatore) non ha quasi mai un’opinione unica, alla fine “democrazia” viene fatta coincidere con “potere della maggioranza”. Difficoltà risolta? Non direi. La maggioranza può imporre la propria opinione quando si tratta di decidere di quale colore tinteggiare la facciata della casa comunale o cose del genere. Quando invece si tratta di decidere su questioni che incidono sui convincimenti morali dei singoli e presumono di indirizzarne la vita ponendo limiti alle loro libertà, imporre a tutta la popolazione la volontà di una parte, sia pure di una parte maggioritaria, è foriero di guai, anche di grossi guai.

È poi anche peggio quando la “maggioranza” consiste in poco più del fatidico cinquanta per cento più uno. E peggio ancora quando la “maggioranza” è tale addirittura solo per alchimie politiche e in realtà corrisponde non alla maggioranza della popolazione, ma via via solo alla maggioranza degli aventi diritto al voto, alla maggioranza dei votanti, o alla “maggioranza” che ha scelto un vincitore fra candidati che erano entrati in ballottaggio con l’approvazione di minoranze discordanti. E, dato che siamo partiti menzionando Capitol Hill, non dimentichiamo la “democrazia” di quelli che la esportano e ce la insegnano, i quali ogni quattro anni eleggono il surrogato di re Giorgio III di Gran Bretagna e Irlanda tramite “grandi elettori” (attualmente 538 eletti Stato per Stato invece dei 7 del Sacro Romano Impero), con una dispersione di volontà popolare che ha del favoloso.

A questo punto non rimane che ricordare quello che è sottinteso dal concetto di “democrazia”. Non è che la maggioranza abbia ragione perché è più intelligente. Semplicemente le si deve dare ragione perché, essendo maggioranza, è più forte e, se non le si dà ragione con le buone, potrebbe prendersela con le cattive. Accettare pacificamente il volere della maggioranza evita di doverlo accettare dopo essere stati affrontati in campo e vinti. Anche se, in omaggio al politicamente corretto, non viene mai detto, è evidente che questo funziona solo quando la maggioranza è veramente tale. Quando, in elezioni che assegnano la vittoria a una minoranza, coloro che vengono sconfitti decidono di scoprire il bluff, le cose si mettono male.

            Morale: i sostenitori di Bolsonaro, come quelli di Trump, non sono “nemici della democrazia”. Ne sono le vittime, come lo sono i sostenitori di Lula o di Biden. Come lo siamo tutti noi.

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