Credevo di essere politicamente
scorretto io, ma il mio amico Beppe mi batte a mani basse. Questa mattina siamo
passati davanti a un cantiere, e io gli ho detto: “Guarda, gli operai sono
tutti stranieri. Una volta c’erano solo italiani, ma oggi gli italiani non
vogliono fare questi lavori e preferiscono prendere una laurea”. Lui mi ha risposto:
“Per fortuna! Stupidi e ignoranti come sono oggi certi italiani, fanno meno
danni in lavori da laureati che come operai”.
Dunque, le cose andranno forse così così per la nostra “democrazia”, ma in fondo siamo liberi di parlare, scrivere, dire le nostre opinioni. È un bel passo avanti rispetto al periodo 1922-1943, quando imperava il “pensiero unico”. O no? Allora, come stavano le cose in quel periodo non lo posso dire per esperienza diretta: sono vecchio, ma non abbastanza. Se credo di saperlo è perché qualcuno che c’era me l’ha raccontato. Ma a raccontarmelo non sono stati politici, ideologici, o intellettuali da biblioteca. E nemmeno sono stati i nostalgici, o gli ex- o neo-partigiani. Sono state persone del popolo, gente a cui delle lotte per il potere era interessato poco in quel periodo e interessava poco anche dopo, gente abituata a osservare quelle lotte con l’occhio disincantato e distaccato di chi sa di non poter partecipare, e di avere altro da fare. A loro, non dava fastidio più di tanto passare il sabato in divisa a inneggiare a un fantoccio, anche perché non c’era nessun week-end a cui ...
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