L’infezione delle persone vaccinate contro la COVID-19 è un ulteriore motivo di dubbio sulla cultura/intelligenza o sulla buona fede di chi ha gestito (e sta gestendo) il problema. Un “vaccino”, proprio per il suo meccanismo d’azione, non ha lo scopo nè la capacità di attenuare la gravità della malattia, ma ha lo scopo e la capacità di impedire la sopravvivenza dell’agente infettivo nell’organismo vaccinato oltre il tempo strettamente necessario alle difese immunitarie per neutralizzarlo (e renderlo quindi irrilevabile con le analisi di laboratorio più sofisticate, figuriàmoci con un banale tampone). D’altra parte l’inutilità concettuale di sviluppare vaccini contro microrganismi con un’alta velocità di mutazione, se mai ce ne fosse stato bisogno, è stata anche dimostrata specificatamente per i Coronavirus dalle sperimentazioni condotte dal British Medical Research Council a Harnham Down non per qualche mese, ma per circa un trentennio. Errare humanum est, perseverare autem diabolicum. Oltre a tutto, solo personalità irrimediabilmente schizofreniche possono affermare (come appunto è vero) che il SARS-CoV-2 è soggetto a mutare velocemente e che le varianti in circolazione dopo pochi mesi erano già diverse dal virus contro il quale erano stati preparati i vaccini, e ciò nonostante anche affermare che i vaccini preparati contro il primo virus isolato sono efficaci anche contro tutte le varianti successive. Considerato il costo spaventoso sia in termini di vite umane perse, sia di disabilità fisiche e mentali causate, sia di risorse economiche sprecate e distolte da utilizzi di importanza critica, credo che i responsabili non dovranno essere giudicati secondo le legislazioni penali europee, ma dovranno piuttosto essere giudicati secondo le legislazioni penali di Paesi come la Nigeria o l’Uzbekistan.

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