LA MIA PADANIA
(Abbadia Oggi, 21 maggio 1999, pag. 3)
Sono nato a Lecco cinquant’anni fa, in tempi in cui per essere lecchesi bastava essere nati all’ombra del Resegone. Io che ero addirittura nato all’ombra del campanile di San Nicolò nella clinica delle Suore Misericordine, per un bel pezzo non ho avuto dubbi sul fatto di essere lecchese. E che cos’altro potevo essere? Conoscevo palmo a palmo tutta Lecco e i suoi rioni, avrei potuto camminare a occhi chiusi sui sentieri delle sue montagne, e la Canottieri avevo cominciato a frequentarla quando ero ancora sul passeggino.
Oltre a tutto, il “presidentissimo” dell’A.C. Lecco negli anni in cui la squadra era arrivata in serie A era cugino di mio padre (e quindi erano zii e cugini di mio padre anche i proprietari della FILE, fabbrica delle lampadine “Leuci”, nome allusivo tanto alla luce quanto al nome latino della città). Potrei anche aggiungere, ma è il senno del poi, che da ragazzino sono stato compagno di giochi e di studi di due futuri sindaci di Lecco (uno dei quali leghista), e che ho gareggiato sui campi di atletica, prima a Camerlata e poi al Bione, con l’attuale presidente lecchese della Regione Lombardia.
Col passare degli anni però i dubbi sono arrivati. Intensificatasi l’immigrazione dal Sud, i lecchesi, anche quelli piccoli e scuri, cominciavano a fare un po’ più caso al mio cognome originario di zone sotto il Po (e, se è per quello, anche sotto il Volturno). Avevano iniziato chiedendomi se capivo il dialetto. Quando sono arrivati a chiedermi se sapevo dov’era la via Bezzecca (i miei ci hanno abitato dagli Anni Trenta e io dalla nascita ai diciott’anni) ho capito che era giunto il momento di scegliermi un’altra patria, là dove erano le mie radici.
Già, ma dov’erano? Forse in Sicilia, dato che il mio cognome veniva da là e dato che in fondo mi sentivo un po’ siciliano. Avevo visto la Valle dei Templi e ne ero rimasto affascinato. Avevo studiato Federico II e mi ero entusiasmato. Avevo letto Luigi Pirandello e mi ero perso nel suo mondo. Oltre a tutto, a scuola in provincia di Agrigento mio padre aveva avuto tra i suoi professori proprio un fratello di Luigi Pirandello e la sua famiglia era stata in affari per questioni di zolfo con la famiglia del grande drammaturgo più o meno negli stessi anni in cui mio nonno era convolato a nozze con una nipote milanese di un fabbricante lecchese di munizioni (al quale appunto forniva lo zolfo per la polvere da sparo).
Come non essere fiero della mia “sicilianità”? C’era però un problema: se mio nonno era siciliano, mia nonna era lombarda. Già, però: mia nonna... Nata a Milano, apparteneva a una famiglia che veniva dalle brume fra Ticino e Po. E i miei nonni materni? Erano nati fra Bologna e Ferrara, sulle rive del Reno, quel piccolo fiume che oggi sbocca in Adriatico vicino a Ravenna, ma che fino alla sistemazione idraulica estense aveva rappresentato uno dei rami del Po. C’era quindi qualcosa che riuniva almeno tre dei miei nonni: il Po o, meglio, la Padania. Potevo considerarmi padano, e così ho fatto per parecchio tempo.
Ho tutta la raccolta della rivista Padania pubblicata a Torino e redatta dall’Università di Ferrara, e sono stato un fedele lettore anche di un mensile con lo stesso nome che venne pubblicato a Milano per qualche tempo prima di perdersi con fotografie di stambecchi. Ma soprattutto ho continuato a inseguire i ricordi di quando, bambino o ragazzo, passavo un mese d’estate nella campagna di una mia zia nei pressi di Argenta: il trattore sull’aia, l’anguria al fresco nel pozzo, le galline e le anatre che rincorrevo senza mai riuscire a prendere, le stradine sterrate nei frutteti sterminati, i fossati e i canali dove un’acqua scura scorreva pigra sotto isole di melma verdastra, la raccolta della frutta con le scale appoggiate agli alberi insieme agli operai di mia zia, la crostata con la marmellata di prugne mangiata di nascosto, le gite a Ferrara tra i suoi palazzi rinascimentali, ma con la fantasia che rincorreva i racconti di avventure boccaccesche nelle sue strette strade medievali fiancheggiate da case basse e scure.
E sopra ogni cosa la presenza nascosta ma sensibile del Po non troppo lontano, che scorreva maestoso, attraversato da ponti enormi, verso le piatte isole del delta. Per me la Padania era quella. Aveva ovviamente il diritto di essere Padania anche la terra di Peppone e don Camillo e poteva ancora essere Padania la campagna di Piacenza. Con un po’ di generosità concedevo la patente padana anche alla bassa pavese e milanese, ma già Torino, pur regale sul suo Po, mi sembrava appartenere ad un altro mondo, freddo, distante. Padania era la piadina, e poteva esserlo anche la panizza, ma la cioccolata bevuta nei caffè sotto i portici di piazza San Carlo dalle signore impellicciate che poi uscivano a pestare col tacco la virilità del toro effigiato per terra... quella no, era tutta un’altra cosa.
E poi è arrivata la politica a confondermi un’altra volta. “Via da Roma”. E va bene. “Dividiamo l’Italia in tre repubbliche”. E va bene ancora. “Chiamiamo quella del nord Repubblica del Nord”. Lineare, nulla da eccepire. “Anzi, chiamiamola Padania”. Padania? Padania l’Appennino genovese? Padania le Alpi Graie? Padania il Sud Tirolo? Padania le sorgenti livignasche di quello Spöl che porta l’acqua all’Inn e al Mar Nero? Padania i Piani Resinelli? Non è che per caso qualcuno non sa più distinguere la polenta uncia dalla piadina con le erbette, il Gewürztraminer dal Sangiovese, e gli agoni dalle anguille di Comacchio, tutte cose buone ma diverse?
Ho capito: forse sono io che sono fuori dalla geografia e dalla storia. La “mia” Padania non esiste più. Forse, tutto sommato, mi rimane proprio solo la Sicilia. Se riesco ad arrivare alla pensione, mi compro una barca e vado a pescare nel mare davanti a Girgenti, da dove si vede il “pino di Pirandello” svettare solitario su un promontorio accanto alla casa dello scrittore.
Peccato che anche il pino di Pirandello, proprio l’anno scorso, sia morto.
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