Gli attuali membri del Parlamento e del Governo appartengono in larga parte alla generazione che negli anni Settanta marciava in nome della pace e della nonviolenza, o tutt’al più alla generazione dei figli. Permettetemi dunque una riflessione. A parlare di pace e a rimanere in pace sono buoni tutti, quando non ci sono guerre in giro. Analogamente, a parlare di nonviolenza e a mettere fiori nei cannoni del prossimo sono buoni tutti, quando non si è destinatari di atti di violenza. Quello che è più difficile, e che unicamente può a buon titolo meritare la qualifica di pacifismo e di nonviolenza, è trattenersi dall’accettare la guerra quando ne viene dichiarata una e dal rispondere alla violenza quando se ne è oggetto.

 Utopie? Va bene, ma allora evitiamo di far la figura degli ipocriti vantandoci di essere contro la guerra e la violenza. Diciamo francamente, a viso aperto, che magari (magari...) non saremo noi i primi a dichiarare una guerra, a mandare un esercito a invadere un Paese straniero, e a fare violenze, ma che se qualcuno fa quelle cose contro di noi, accetteremo la guerra, mobiliteremo i nostri concittadini dai diciott’anni in su facendo loro imbracciare mitra e lanciare bombe a mano, e risponderemo occhio per occhio e dente per dente (e magari due occhi per occhio e due denti per dente) al vigliacco traditore guerrafondaio che ha osato provocarci. Non c’è nulla di male in tutto questo, la nostra specie l’ha fatto dalla notte dei tempi e continuerà a farlo fino a quando non si sarà estinta. Quello che non va bene è raccontare balle, dire una cosa e farne un’altra, dipingersi in un modo quando non si ha alcuna intenzione di comportarsi in quel modo, e poi cercare anche di giustificarsi arrampicandosi sugli specchi.

Oltre a tutto, nel caso a cui evidentemente mi riferisco,  non siamo nemmeno noi ad essere stati invasi da un esercito straniero. La guerra che proclamiamo giusta e santa e che alimentiamo con l’invio delle nostre armi non ci è mai stata dichiarata, e solo la fervida immaginazione dei politici “pacifisti” e “nonviolenti” di casa nostra le attribuisce il fine di distruggere la nostra altrettanto immaginaria “democrazia”. Ma, ripeto, nulla di male in tutto questo. In fondo abbiamo tutto il diritto di dare ossigeno alla nostra industria bellica, non solo perché produce ottimi dividendi agli investitori, ma  anche perché dà da mangiare a tanti operai e alle loro famiglie. E poi, che ce ne importa della gente che muore? Sono russi ed ucraini, mica italiani. Sono gente incivile, che non scrive nemmeno con l’alfabeto latino, beve vodka invece del Chianti, e mangia borscht invece degli spaghetti all’Amatriciana. Lasciamo che si azzuffino per decidere chi deve riscuotere le tasse in una regione di confine, e magari mettiamo pure in giro la diceria che uno dei due contendenti non si accontenterà di quelle tasse ma, se non verrà fermato dalle nostre armi e dal sangue dell’altro, proseguirà fino a che non riuscirà a riscuotere le tasse anche del Varesotto e della Lunigiana. Venderemo ancora più armi e poi magari, se i cugini francesi non ci soffieranno l’affare come sono soliti fare, ci procureremo ricche commesse per ricostruire quello che avremo contribuito a far distruggere. Cosa c’è di male? Tutto il mondo funziona così. Però, ripeto ancora una volta, e per l’ultima volta, non ci sono problemi. Abbiamo tutto il diritto di comportarci da canaglie. Quello che non abbiamo il diritto di fare è parlare di pace e nonviolenza come se fossero la nostra religione di Stato quando invece siamo delle normalissime canaglie.

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