Credo di aver perso qualche amico ucraino a causa della mia posizione anti-Zelens’kyj, ma vorrei ricordare che si possono avere posizioni politiche ma si possono avere anche posizioni umanitarie. È vero che nel secolo scorso quelli che erano contro Hitler o Mussolini avevano in maggioranza antipatia anche per i Tedeschi o per gli Italiani, ma questo non significa che tutti quelli che oggi sono contro Zelens’kyj abbiano antipatia per gli Ucraini. Anzi, proprio al contrario, è la simpatia, anche nel senso etimologico di “provare dolore insieme”, per il popolo ucraino, che motiva l’avversione e la condanna di un leader che ha spinto il suo popolo al massacro per un misto letale di ambizione, orgoglio, cinismo, miopia politica, e incapacità strategica. Un leader ha prima di tutto l’obbligo di tutelare la vita dei suoi amministrati e non può mandare nessuno a morire, per nessun ideale. Chi ritiene che la sua vita vale meno di un ideale è liberissimo di sacrificarla, ma può sacrificare solo la sua.
Dunque, le cose andranno forse così così per la nostra “democrazia”, ma in fondo siamo liberi di parlare, scrivere, dire le nostre opinioni. È un bel passo avanti rispetto al periodo 1922-1943, quando imperava il “pensiero unico”. O no? Allora, come stavano le cose in quel periodo non lo posso dire per esperienza diretta: sono vecchio, ma non abbastanza. Se credo di saperlo è perché qualcuno che c’era me l’ha raccontato. Ma a raccontarmelo non sono stati politici, ideologici, o intellettuali da biblioteca. E nemmeno sono stati i nostalgici, o gli ex- o neo-partigiani. Sono state persone del popolo, gente a cui delle lotte per il potere era interessato poco in quel periodo e interessava poco anche dopo, gente abituata a osservare quelle lotte con l’occhio disincantato e distaccato di chi sa di non poter partecipare, e di avere altro da fare. A loro, non dava fastidio più di tanto passare il sabato in divisa a inneggiare a un fantoccio, anche perché non c’era nessun week-end a cui ...
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