Da anni ormai stigmatizziamo o addirittura portiamo in tribunale e condanniamo coloro che negano la realtà di eventi dei quali non sono stati testimoni. Obiettivamente, in molti casi quella negazione nasconde il tentativo di ridare rispettablità ai responsabili di crimini efferati e alle loro ideologie e in effetti, se fossero coerenti, quei “negazionisti” dovrebbero anche negare che siano mai esistiti Napoleone o Garibaldi, o che esistano parti della Terra in cui loro non sono mai stati. Sarebbe quindi ipocrita difendere la loro posizione.

Sempre per essere obiettivi però va riconosciuto che qualcuno potrebbe avere dei dubbi non per faziosità politica, ma solo per un genuino e ingenuo ottimismo sulla natura umana, tale da fargli credere che sia possibile raccontare storie, ma che non sia possibile che degli uomini possano macchiarsi di azioni così orrende. Ma la questione più importante è un’altra, e cioè che, al di là della sua buona o cattiva fede e di quali siano le sue motivazioni, chi nega eventi che non ha visto coi suoi occhi fa qualcosa di meno grave di chi nega quello che invece i suoi occhi hanno visto benissimo, o addirittura nega quello che in prima persona ha detto o fatto. E il riferimento è a coloro che, in televisione, sui social e attraverso altri media, hanno detto sulla recente emergenza sanitaria prima una cosa, poi un’altra, poi un’altra ancora, e poi adesso hanno il coraggio di negare di aver mai detto quelle cose. Ma il riferimento non è solo a loro, ma anche a tutti coloro che, davanti alla televisione, ai social e agli altri media, hanno visto e sentito quella gente più volte dire e negare di aver detto nuove verità assurde, di aver smentito verità fino ad allora accettate, di aver fatto previsioni imprevedibili, etc., e che adesso negano di essersene accorte.

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