Si dice che l’8 novembre 1793, mentre veniva portata a Place de la Concorde per essere ghigliottinata, passando davanti alla statua della Libertà, Marie-Jeanne Roland de la Platière, nota come “Madame Roland”, avrebbe pronuncuato la famosa frase: “Liberté, que de crimes on commet en ton nom!”.

All’interminabile elenco dei crimini commessi in nome della “libertà”, va ora aggiunto il continuo invio di armi al regime di Volodymyr Zelens’kyj, motivato appunto dalla necessità di difendere la “libertà” dello Stato ucraino e addirittura la “libertà” dell’Europa intera. Sorvolando sulle indicibili sofferenze della popolazione e sugli incalcolabili danni materiali, ad un anno dall’inizio del conflitto, secondo le stime della Commissione Europea, questa “libertà” sarebbe già costata solo all’Ucraina, la vita di oltre 100mila militari e 20mila civili. Una bazzecola...

Quello che rende la situazione ancora più intollerabile è il fatto che i regimi che proclamano di voler difendere la loro “libertà” hanno un concetto molto fluido di libertà. Senza andare tanto lontano, se qualcuno ha provato a far pubblicare un articolo o anche solo una lettera con opinioni diverse da quelle ufficiali sulla gestione della recente pandemia, si sarà reso conto di quanto sia stato impossibile (e in parte continui ad esserlo), nonostante l’asserzione di “indipendenza” delle varie testate. E questo è un esempio relativo solo alla “libertà” di opinione e di stampa, tratto dall’esperienza più recente. Ma pensiamo anche alla “libertà” di costituirsi in partiti. Non è una libertà concessa a tutti, ma solo a chi ha competenza e denaro sufficienti a superare le enormi difficoltà frapposte da una normativa intricatissima. E che dire della “libertà” di offrirsi come rappresentante dei propri concittadini? Può farlo chiunque? No. Può farlo solo chi viene accettato dalla segreteria di un partito, che deciderà poi se promuoverne o meno la candidatura a spese del partito, e in quale posizione metterlo nell’elenco dei candidati presente nelle schede elettorali. Da questo poi consegue che la libertà degli elettori di scegliere da chi farsi rappresentare è circoscritta ad una limitata rosa di candidati approvati da poteri sostanzialmente occulti, fuori dal reale controllo del popolo. E allora, qual’è la differenza tra avere diversi partiti, un partito unico, o nessun partito? È così piacevole essere imbrogliati, truffati, presi per il naso? E della “libertà di impresa” in economie monopolizzate dalle banche e dal grande capitale, vogliamo parlarne? E come la mettiamo con la “libertà” di difendersi in tribunale, dove il diritto a farsi assistere da un avvocato è diventato l’obbligo di avere e pagare un avvocato? Ma poi è meglio non toccare l’argomento della “giustizia”, probabilmente inesistente nei Paesi “non liberi”, ma gestita da una casta autofecondantesi e immune dal controllo democratico nei Paesi cosiddetti “liberi”...

Quando nel secolo scorso i Paesi che si proclamavano “liberi” e “democratici” hanno “difeso la libertà e la democrazia” al prezzo di immani devastazioni e vari milioni di morti militari e civili, avevano almeno accampato anche l’ulteriore scusa di eliminare regimi responsabili di discriminazioni razziali e genocidi. In realtà, personalmente, non riesco a scacciare del tutto il dubbio che, se non fossero stati messi all’angolo prima ostracizzandoli e poi dichiarandogli guerra, forse quei regimi non sarebbero arrivati a tanto e si sarebbero potuti ricondurre sulla strada della civiltà, ma un mio dubbio non conta niente, e comunque non è questo il punto. Il fatto è che i sedicenti “Paesi liberi” stanno ripetendo il copione del secolo scorso, prendendo la difesa di una loro “libertà”, oltre a tutto inesistente, come scusa per poter commettere crimini orrendi. “Liberté, que de crimes on commet en ton nom!”.

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