Da giovane sono stato filo-americano. Ero ben consapevole del dito puntato contro il “complesso militare-industriale” americano da parte della cultura pacifista in cui un po’ mi riconoscevo, ma ero ugualmente consapevole della diffidenza che pur esisteva nei confronti di quel complesso anche da parte dello stesso establishment. Ad esempio, il 17 gennaio 1961, nel suo discorso di commiato, il Presidente degli Stati Uniti, il generale Dwight D. Eisenhower, disse: “We must guard against the acquisition of unwarranted influence, whether sought or unsought, by the military–industrial complex. The potential for the disastrous rise of misplaced power exists, and will persist” (“Dobbiamo guardarci dall’acquisizione, intenzionale o meno, di un illecito potere di influenza da parte del complesso militare-industriale. Il rischio di un disastroso aumento di poteri fuori dal controllo democratico esiste e continuerà ad esistere”).
Riguardo poi alle responsabilità del “braccio industriale” di quel complesso, ritenuto preponderante da un intellettuale che ammiravo, come Noam Chomsky, sapevo che anche in questo caso l’establishment era tutt’altro che acquiescente. Il termine dispregiativo “robber barons” era spesso sulla bocca dello stesso mio insegnante di economia, uomo tutt’altro che di sinistra e anzi strenuo difensore della libertà d’impresa. Ma, appunto, parlo dell’America di oltre cinquant’anni fa, nazione compassata, impettita, bacchettona e poco tollerante, ma soprattutto poco o per nulla tollerante anche di chiunque potesse mettere in pericolo la sua democrazia ancora strenuamente opposta a qualsiasi aristocrazia od oligocrazia.
Oggi le cose stanno in modo diverso. In questi cinquant’anni qualcosa è andato storto, e il rischio contro cui il generale Eisenhower voleva mettere in guardia la nazione si è realizzato. Gli Stati Uniti d’America sono scomparsi e dalle sue ceneri sono nati gli Stati Uniti del Grande Capitale. La democrazia si è trasformata in aristocrazia delle banche, dei fondi di investimento, e della grande industria. Appropriatisi dei mezzi di comunicazione di massa, questi centri di “misplaced power” sono ormai divenuti intoccabili e invincibili. Ne abbiamo avuto una prova con il ruolo giocato dai produttori di vaccini (meglio sarebbe dire “farmaci”) a RNA messaggero durante la recente “pandemia”, e ne stiamo avendo una prova ulteriore con la scriteriata gestione della crisi russo-ucraina, probabilmente provocata e certamente fomentata, attizzata e nutrita dal complesso militare-industriale del mondo occidentale a guida americana.
Sono ancora filo-americano, ma relativamente ad un’America scomparsa, icona evanescente di una sterile nostalgia. Se parliamo di “questa” America, quella dei Biden, contàtemi tra i filo-russi.
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