Trovo sempre più difficile capire la contrapposizione fra sostenitori dell'idea di Stato, contrari ad ogni organizzazione sovranazionale, e sostenitori di un mondialismo omogeneizzante. Come spesso accade, "in medio stat virtus". L'uniformità è la fine dell'evoluzione. L' evoluzione infatti richiede, non solo nei fatti biologici ma anche nei fatti sociali la presenza di differenze a cui attingere. D'altra parte non è con gli Stati chiusi gelosamente entro confini immutabili che si ottiene la difesa delle differenze, anche perché quasi mai gli Stati racchiudono popolazioni e culture uniformi. Più spesso i confini degli Stati tengono prigioniere popolazioni e culture diverse, che però vengono spinte in modo a volte sfacciato e a volte subdolo, a perdere la loro identità in nome di una falsa e artificiale "identità nazionale". È necessario opporsi alla deriva mondialista, ma anche alla rinascita di quel nazionalismo otto-novecentesco che tanti lutti e distruzioni ha provocato e sta provocando ancora.
Dunque, le cose andranno forse così così per la nostra “democrazia”, ma in fondo siamo liberi di parlare, scrivere, dire le nostre opinioni. È un bel passo avanti rispetto al periodo 1922-1943, quando imperava il “pensiero unico”. O no? Allora, come stavano le cose in quel periodo non lo posso dire per esperienza diretta: sono vecchio, ma non abbastanza. Se credo di saperlo è perché qualcuno che c’era me l’ha raccontato. Ma a raccontarmelo non sono stati politici, ideologici, o intellettuali da biblioteca. E nemmeno sono stati i nostalgici, o gli ex- o neo-partigiani. Sono state persone del popolo, gente a cui delle lotte per il potere era interessato poco in quel periodo e interessava poco anche dopo, gente abituata a osservare quelle lotte con l’occhio disincantato e distaccato di chi sa di non poter partecipare, e di avere altro da fare. A loro, non dava fastidio più di tanto passare il sabato in divisa a inneggiare a un fantoccio, anche perché non c’era nessun week-end a cui ...
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