Qualche giorno fa, in uno dei talk-shows che imperversano dai nostri teleschermi, ho sentito un futuro premio Nobel per l’economia affermare che il reddito di cittadinanza ha il merito di permettere ai giovani italiani di rifiutare lavori sottopagati. Ne deduco che il tizio vede in questo rifiuto un mezzo per obbligare i datori di lavoro ad offrire salari più alti. Ci sono però alcuni problemi.

Primo, i partecipanti al gioco della domanda e dell’offerta di lavoro non sono solo i datori di lavoro e gli “occupabili” italiani, ma anche gli “occupabili” stranieri che, fra regolari e clandestini, ammontano ad alcuni milioni. I posti di lavoro mal retribuiti che non vengono accettati dagli occupabili italiani che possono contare sul reddito di cittadinanza per mantenersi senza lavorare vengono quindi coperti dagli occupabili stranieri, che sono venuti in Italia apposta per lavorare, sono abituati a regimi di vita molto spartani, e hanno esigenze e pretese inferiori a quelle degli italiani. Lo “sciopero preventivo” degli occupabili italiani che si mantengono con il reddito di cittadinanza non può avere quindi alcun risultato.

Secondo, la continua e crescente richiesta di lavoratori stranieri provocata dal rifiuto degli italiani di accettare lavori sottopagati porta ad un aumento della popolazione che non è giustificato da una reale mancanza di italiani “occupabili”. Quando l’attuale generazione di immigrati disposti a qualsiasi sacrificio sarà sostituita dai figli, si riprodurrà lo stesso fenomeno di gente che non vuole lavorare, se non per salari “decorosi”. E si tornerà al punto di partenza, con la differenza che la “platea” da mantenere a far nulla col reddito di cittadinanza o simili soluzioni sarà più numerosa di oggi.

            Terzo, se per ipotesi (sciagurata ipotesi) si riuscisse a obbligare i datori di lavoro a offrire salari più alti, la nostra economia già oggi parzialmente fuori mercato finirebbe fuori mercato del tutto. Stiamo subendo una pesantissima concorrenza da parte delle economie emergenti, che possono contare su un costo del lavoro più basso del nostro, permesso anche da un costo della vita che rimane più basso del nostro non solo grazie agli stessi salari più bassi, ma anche grazie a minori pretese in materia di qualità di vita.

            Conclusione? Certamente il divario fra i redditi va diminuito, ma dobbiamo abbassare quelli troppo alti, non alzare quelli bassi. Dobbiamo disinnescare il meccanismo dell’invidia sociale, a volte arbitrario ma a volte anche giustificato, ma soprattutto dobbiamo disinnescare il meccanismo che porta all’esplosione dei bisogni, con la conseguente esplosione del consumo di risorse, dell’inflazione, e dell’inquinamento. Dobbiamo smetterla di avere la puzza sotto il naso e per farlo dobbiamo disincentivare con tutti i mezzi quella mentalità becera secondo la quale ci sarebbe una gerarchia di “nobiltà” e desiderabilità nei vari tipi di lavoro, che arriva al colmo di considerare più dignitoso farsi mantenere a far nulla che fare certi lavori. È un aut-aut. O facciamo così, o tra non molti anni ci troveremo nel quarto mondo, con un’enorme popolazione di straccioni disoccupati che si credono in diritto di avere tutto, ma dipendenti dall’estero per quasi tutto e incapaci di pagarlo.

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