C’è gente che, col deterano comodamente appoggiato sul morbido velluto delle poltroncine riservate agli invitati ai talk-shows, richiama e proclama il dovere della Guardia Costiera di intervenire in soccorso dei natanti in difficoltà anche in condizioni estreme di mare in burrasca. Che le donne e gli uomini della Guardia Costiera siano chiamati proprio e soprattutto a prestare soccorso quando il mare non è una tavola è ovvio, ed è ovvio quindi che, avendo scelto liberamente quella missione, non possono tirarsi indietro anche se vi è un rischio per la loro stessa vita. Quelle donne e quegli uomini non sono i medici che, durante l’emergenza covid, sono spariti dalla circolazione per non farsi la bua...

C’è però un problema. Quelle donne e quegli uomini hanno anche loro una famiglia che li attende ogni giorno a fine turno. Il concetto che avevano o hanno formato quella famiglia ben sapendo i rischi che correvano entrando nella Guardia Costiera può essere richiamato fino a che sono obbligati a rischiare la loro vita per soccorrere chi, per pura sfortuna, si trova a pericolare in mare. Non può più essere richiamato quando si chiede loro di rischiare la vita per soccorrere chi si caccia nei guai appositamente per essere soccorso, e soprattutto poi quando questo non è nemmeno il comportamento occasionale di uno squilibrato, ma è un’abitudine di decine di migliaia di stranieri che giorno dopo giorno prendono la Guardia Costiera per una società di traghetti. A quei moralisti che tuonano dai talk-shows vorrei quindi dire, se hanno critiche da fare alle donne e agli uomini della Guardia Costiera (o a chiunque altro in divisa ha l’obbligo di prestare soccorso in mare), di alzare le natiche dalla poltrona e andare loro a soccorrere in mare i migranti clandestini cui loro vogliono tanto bene.

 

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