Sono (o sarebbe meglio dire “ero”) orgoglioso di appartenere alla generazione che ha dato l’avvio all’era dei computer e dell’informatica. Era il 1971 quando, studente del quinto anno di medicina tra i pochi a masticare un po’ di matematica, mi venne affidato il compito di realizzare un programma per il controllo di qualità dei dosaggi radioimmunologici ormonali. Mi imparai il linguaggio Fortran e mi misi al lavoro. Da allora ho “smanettato” con computer e programmi fino ad oggi, assistendo alla sempre più vorticosa evoluzione della tecnologia. E, purtroppo, ho assistito anche alla sua “involuzione”. Computer e informatica dovevano servire a facilitare la vita, non a complicarla, ma non sta andando così. Fabbricanti di computer e relativa componentistica e sviluppatori di programmi si sbizzarriscono ogni giorno da quarant’anni ormai a creare e soddisfare sempre nuovi bisogni sfornando aggeggi e sistemi sempre più complicati per mantenere vivo il mercato.

Non ci sarebbe nulla di male o di insolito in questo se poi la decisione di comprare o meno quella roba potesse essere presa liberamente dai consumatori. “Se ti va di essere fregato, sono càvoli tuoi!”. Il problema nasce però dal fatto che ad essersi appassionati di queste cose sono anche i nostri ineffabili politici. Queste irrimediabili teste di minchia non hanno capito che computer e informatica sono cose meravigliose se sono un optional, un qualcosa in più a disposizione di chi vuole approfittarne, e non se sono obbligatorie. Invece, poco per volta, stile “rana bollita”, queste incommensurabili teste di minchia stanno rendendo la vita impossibile a chiunque non si doti di computer e smart-phone. Sì, perché, oltre a tutto, ci vogliono tutti e due per adempiere autonomamente ai doveri che oggi un qualsiasi cittadino ha verso lo Stato e la pubblica amministrazione.

Più che probabile, è certo che queste iperboliche teste di minchia non usano mai il computer che siede sulle loro scrivanie, se non forse per scaricare filmetti, e tanto meno lo smart-phone cui sono perennemente attaccati quando qualche giornalista cerca di intervistarli, se non per chiacchierare con collaboratori, ammiratori e amanti. Se devono interagire con l’Anagrafe o l’Esattoria del loro Comune, con l’Agenzia delle Entrate, con la burocrazia giudiziaria, con le scuole dei loro figli, etc., sicuramente demandano il compito alle loro segretarie, scelte accuratamente tra coloro che non sono solo disponibili, ma anche diplomate col massimo dei voti alle scuole di informatica. Solo così si spiega come queste incredibili teste di minchia abbiano acconsentito alla creazione di sistemi del menga, che obbligano chi vuole (e deve) interagire con lo Stato e la Pubblica Amministrazione non solo ad acquistare computer, modem, chiavette, smart-phone, e che il diavoli se li porti, ma anche a perdere tempo con user name, password, PIN, SPID, codici temporanei, mail di conferma e altre belinate per confermare che chi sta pagando le tasse per il sig. Mario Rossi è veramente il sig. Mario Rossi.

Ma, razza di amebe ubriache, quando uso il Bancomat per pagare la pizza margherita, tutto quello che devo digitare è il mio stramaledetto PIN. Eppure quel pezzetto di plastica posso perderlo o farmelo fregare con estrema facilità, e anche l’ultimo degli hacker potrebbe riuscire a svuotarmi il conto. Mi dite come faccio a perdere o a farmi sfilare dal portafoglio il PC, sia pure magari portatile? Quindi, invece di farmi impazzire per mezz’ora per garantire che sono io ogni volta che devo collegarmi con qualche ufficio pubblico, cosa vi costa accertarvi in automatico qual’è il computer che cerca di collegarsi con voi? In fondo, grazie ai biscottini, mi basta digitare un URL perché mezzo mondo sappia da dove mi collego, come mi chiamo, e che marca di mutande indosso. Certo, qualcuno potrebbe introdursi nella mia abitazione o nel mio ufficio e accendere il mio computer, ma se sono così ingenuo da permetterlo, tutto quel che ne consegue sono càvoli miei. A voi che ve ne importa?

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