Un paio di giorni fa sono stato attratto da un film in televisione sulla vita di Antonia Pozzi, poetessa nata a Milano nel 1912 e morta suicida a ventisei anni nei prati intorno all’Abbazia di Chiaravalle. Il mio interesse nasceva dal fatto che per diversi anni Antonia Pozzi aveva trascorso le vacanze estive a Pasturo, in Valsassina (dove era poi stata sepolta per sua volontà) e ne avevo letto e apprezzato le poesie. Incuriosito da quelle poesie, avevo anche letto la sua vita, scoprendo che aveva avuto fin dall’età di diciassette anni un amore impossibile col suo professore di latino e greco. Il film però è stato una delusione unica. Sequenze lente, compiaciute, improntate ad un preziosismo estetizzante che sembravano citazioni di Bergman o Antonioni di uno studente all’esame di regia... Ma non è solo questo che mi ha fatto innervosire. D’accordo, la mia tesi di laurea era sulla “Risposta ipofisaria al GnRh sintetico”, non sulla vita di Antonia Pozzi, ed è normale quindi che io abbia parecchie lacune in proposito. Però, pur essendo tutt’altro che un bacchettone, sono stato nauseato dall’indugiare sull’attività sessuale di una giovane donna, presentata come una ninfomane, mostrata nuda nell’amplesso con un uomo e poi per soprammercato fatta passare per lesbica suicidatasi per una delusione di amore saffico. Una simile genuflessione al porno e alla moda LGB in un film su una delicata poetessa del primo Novecento mi ha veramente dato fastidio. Poi ho visto chi era il regista: tale Ferdinando Cito Filomarino, giovane allievo e “compagno” per undici anni del regista e produttore Luca Guadagnino. Signore e signori, questo è il cinema d'autore!
Dunque, le cose andranno forse così così per la nostra “democrazia”, ma in fondo siamo liberi di parlare, scrivere, dire le nostre opinioni. È un bel passo avanti rispetto al periodo 1922-1943, quando imperava il “pensiero unico”. O no? Allora, come stavano le cose in quel periodo non lo posso dire per esperienza diretta: sono vecchio, ma non abbastanza. Se credo di saperlo è perché qualcuno che c’era me l’ha raccontato. Ma a raccontarmelo non sono stati politici, ideologici, o intellettuali da biblioteca. E nemmeno sono stati i nostalgici, o gli ex- o neo-partigiani. Sono state persone del popolo, gente a cui delle lotte per il potere era interessato poco in quel periodo e interessava poco anche dopo, gente abituata a osservare quelle lotte con l’occhio disincantato e distaccato di chi sa di non poter partecipare, e di avere altro da fare. A loro, non dava fastidio più di tanto passare il sabato in divisa a inneggiare a un fantoccio, anche perché non c’era nessun week-end a cui ...
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