Conosco l'obiezione che mi verrà fatta, e cioè che tendiamo a vedere noi stessi come il top e quindi consideriamo meritevoli di fiducia solo quelli che in qualche modo ci assomigliano. Quindi potete risparmiarvi questa obiezione, ed eventualmente fàtemene altre. Sto parlando del prossimo Ministro della Salute (che tornerei a chiamare "Ministro della Sanità", cancellando la sciocca traduzione del nome inglese della funzione). O si nòmina qualcuno che non ne capisce niente di sanità, ammette di non saperne, ed è abbastanza intelligente da circondarsi di un buon numero di esperti competenti e onesti; oppure si nòmina qualcuno del settore. Ma per settore intendo "la sanità" e non un àmbito limitato della sanità. Quindi non un professore universitario (e che sia uno conosciuto solo da pochi amici o che sia uno di grido non cambia). L'università è ancora e sempre solo una stupida torre d'avorio, in cui per giunta è difficile arrivare ai vertici conservando una coscienza immacolata. Il prof. Umberto Veronesi, titolare del dicastero dal 25 aprile 2000 all'11 giugno 2001 può tutt'al più essere l'eccezione che conferma la regola. D'altra parte non è opportuno scegliere un Ministro all'altro estremo della scala. Chi ha fatto tutta la vita il medico di base (il "medico dell mutua") è sicuramente più vicino ai bisogni dei cittadini, ma difficilmente può avere un'idea della complessità della realtà sanitaria di un Paese. Quello che serve è qualcuno del mestiere che abbia raccolto esperienze nel numero più vasto possibile di settori in cui è divisa la sanità, e che abbia quindi una visione non limitata ad un'esperienza unica: qualcuno che, più che a entusiasmarsi e partire lancia in resta, sia incline a paragonare, dubitare e criticare. In sostanza, qualcuno che non ripeta gli errori commessi negli ultimi anni.
Dunque, le cose andranno forse così così per la nostra “democrazia”, ma in fondo siamo liberi di parlare, scrivere, dire le nostre opinioni. È un bel passo avanti rispetto al periodo 1922-1943, quando imperava il “pensiero unico”. O no? Allora, come stavano le cose in quel periodo non lo posso dire per esperienza diretta: sono vecchio, ma non abbastanza. Se credo di saperlo è perché qualcuno che c’era me l’ha raccontato. Ma a raccontarmelo non sono stati politici, ideologici, o intellettuali da biblioteca. E nemmeno sono stati i nostalgici, o gli ex- o neo-partigiani. Sono state persone del popolo, gente a cui delle lotte per il potere era interessato poco in quel periodo e interessava poco anche dopo, gente abituata a osservare quelle lotte con l’occhio disincantato e distaccato di chi sa di non poter partecipare, e di avere altro da fare. A loro, non dava fastidio più di tanto passare il sabato in divisa a inneggiare a un fantoccio, anche perché non c’era nessun week-end a cui ...
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