Nel titolo di una notizia data dal "Mattino", si legge della "furia delle madri e delle mogli dei soldati" russi inviati al fronte in Ucraina. Però poi in piccolo c'è scritto che "le richieste delle famiglie in genere non sono politiche, ma si concentrano sull'assicurare che i loro uomini ricevano una formazione e attrezzature adeguate e siano assistiti al fronte". Siamo insomma ancora all'abusata tecnica del giornalettismo, secondo cui il titolo (che tutti leggono) può benissimo suggerire notizie ben diverse da quelle che vengono poi riportate nel corpo dell'articolo (che leggono solo in pochi). Varrebbe però la pena di notare anche qualcos'altro, e cioè che se lo "zar" permette lo svolgimento di manifestazioni di cui non vi è notizia in Ucraina (e che in Italia, a Trieste, qualche mese fa hanno portato all'intervento di manganelli e idranti da parte della Polizia di Stato), vuol dire che in fondo nella Federazione Russa è rimasto qualche barlume di democrazia in più che in altri Paesi, anche dell'Occidente.
Dunque, le cose andranno forse così così per la nostra “democrazia”, ma in fondo siamo liberi di parlare, scrivere, dire le nostre opinioni. È un bel passo avanti rispetto al periodo 1922-1943, quando imperava il “pensiero unico”. O no? Allora, come stavano le cose in quel periodo non lo posso dire per esperienza diretta: sono vecchio, ma non abbastanza. Se credo di saperlo è perché qualcuno che c’era me l’ha raccontato. Ma a raccontarmelo non sono stati politici, ideologici, o intellettuali da biblioteca. E nemmeno sono stati i nostalgici, o gli ex- o neo-partigiani. Sono state persone del popolo, gente a cui delle lotte per il potere era interessato poco in quel periodo e interessava poco anche dopo, gente abituata a osservare quelle lotte con l’occhio disincantato e distaccato di chi sa di non poter partecipare, e di avere altro da fare. A loro, non dava fastidio più di tanto passare il sabato in divisa a inneggiare a un fantoccio, anche perché non c’era nessun week-end a cui ...
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