Tra le località di Lecco e di Abbadia Lariana, sul Lago di Como, esisteva una strada statale percorribile da qualsiasi mezzo di locomozione. Quando si pensò di realizzare una "superstrada" fra Milano e la Valtellina, progettisti di rara intelligenza, inferiore solo a quella dei pubblici amministratori che avevano commissionato e avrebbero poi approvato la realizzazione, decisero di utilizzare quel tracciato, trasformando quindi la strada statale in superstrada, interdetta al traffico di pedoni, animali, biciclette e ciclomotori. Parecchi anni dopo gli enti pubblici interessati si resero conto del problema e si diedero da fare per sistemare la faccenda. Inizialmente si erano limitati, come d'uso nel Paese delle esenzioni, a permettere il transito delle biciclette in quel tratto di superstrada, in barba ad ogni considerazione dei rischi. In seguito si rivolsero all'idea di realizzare una pista ciclabile. Dato che qualcuno avrebbe potuto voler fare a piedi quel tragitto, sarebbe stato opportuno prevedere anche un marciapiede. In realtà quella che è stata realizzata dopo strane vicissitudini è stata una pista indivisa "ciclopedonale" che però copre meno di metà del percorso e quindi non congiunge affatto le due località, lasciando quindi insoluto il problema. Ma c'è dell'altro. Le autorità preposte non hanno voluto mettere l'obbligo per le biciclette di usare quella pista, per cui la maggior parte dei ciclisti continua a percorrere quel tratto di superstrada, snobbando la pista costruita per loro coi soldi di tutti i contribuenti. Oltre al resto, dato che per realizzare la pista è stata ristretta la carreggiata, adesso c'è anche più pericolo di prima. Mancava solo la ciliegina sulla torta, e a questo ha pensato il Comune di Lecco, che ha messo lungo la pista un impianto di illuminazione per rischiarare il cammino a chi dovesse avventurarvisi di notte. In sostanza quindi tutti i contribuenti, compresi quelli non così scemi da farsi tre chilometri di notte lungo una pista fuori dal mondo, devono pagare il consumo di ore e ore di energia elettrica per non obbligare quattro scemi a portarsi una torcia. E tutto questo continua anche adesso che la corrente elettrica è aumentata di prezzo e diminuita di disponibilità...
Dunque, le cose andranno forse così così per la nostra “democrazia”, ma in fondo siamo liberi di parlare, scrivere, dire le nostre opinioni. È un bel passo avanti rispetto al periodo 1922-1943, quando imperava il “pensiero unico”. O no? Allora, come stavano le cose in quel periodo non lo posso dire per esperienza diretta: sono vecchio, ma non abbastanza. Se credo di saperlo è perché qualcuno che c’era me l’ha raccontato. Ma a raccontarmelo non sono stati politici, ideologici, o intellettuali da biblioteca. E nemmeno sono stati i nostalgici, o gli ex- o neo-partigiani. Sono state persone del popolo, gente a cui delle lotte per il potere era interessato poco in quel periodo e interessava poco anche dopo, gente abituata a osservare quelle lotte con l’occhio disincantato e distaccato di chi sa di non poter partecipare, e di avere altro da fare. A loro, non dava fastidio più di tanto passare il sabato in divisa a inneggiare a un fantoccio, anche perché non c’era nessun week-end a cui ...
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